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Il grido di dolore delle palestre «Servono veri indennizzi»

Valentina Vettori

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Valentina Vettori

MONSUMMANO. Il primo aspetto che contestano riguarda gli indennizzi calcolati in modo sbilanciato tra chi svolge il lavoro come professionista e chi, invece, lo fa senza qualifiche. Il secondo aspetto riguarda la scelta di continuare a tenere chiuse le palestre considerando solo chi le frequenta per motivi estetici, senza tener conto che gran parte delle persone le frequenta per curare delle patologie. Dunque, per motivi di salute. A distanza di un anno dallo stop alle attività di palestre e piscine a causa del Covid, per molti lavoratori del settore la situazione è insostenibile. Lorenzo Sturlini e Alessio Griselli, rispettivamente di Pescia e Monsummano, sono entrambi chinesiologi professionisti (il primo è anche istruttore di sala fitness e rieducatore post infortunio, il secondo è massaggiatore sportivo e tecnico federale di Judo) e raccontano gli ultimi 12 mesi di attività a rallentatore nelle palestre della Valdinievole.

«Le misure del governo – dicono – sono del tutto inadeguate per far fronte alla situazione e non tengono conto di molti aspetti fondamentali». La questione più grave riguarda gli indennizzi. «Non è possibile – dice Griselli– che chi lavora in una palestra grazie a una specifica formazione sia stato equiparato a chi ha solo collaborazioni saltuarie e per giunta senza alcuna qualifica. Per esempio, le misure prevedono indennizzi uguali per i lavoratori sportivi di società dilettantische, sia che si tratti di professionisti sia di chi lo fa come attività secondaria. Anzi, chi come molti di noi ha più collaborazioni in essere è stato ulteriormente danneggiato. Bastano infatti poche ore di contratto da lavoratore dipendente di una società, per essere escluso da qualsiasi altro sostegno. Il risultato è l’aver diritto alla sola cassa integrazione legata a quelle poche ore di lavoro da dipendente. In questo modo, da un anno a questa parte, prendiamo appena un quinto di quello che era il nostro stipendio, determinato invece da molteplici collaborazioni». «Le risorse per il sostegno ai lavoratori del settore c’erano – gli fa eco Sturlini – ma sono state usate in modo squilibrato. Sarebbe stato sufficiente prevedere un calcolo dei sostegni in base a quanto guadagnato nel 2019». Ma i problemi non si fermano agli indennizzi, perché secondo i due professionisti, la decisione di continuare a tenere chiuse le palestre è il sintomo di un paese che non ha a cuore le attività sportive e la salute fisica e mentale delle persone.

«Spero che chi ha scelto di prolungare la chiusura delle palestre– è l’affondo di Griselli – sappia che questi luoghi non sono frequentati solo da persone per fine estetici. Le palestre, così come le piscine, sono luoghi in cui persone con patologie croniche o problemi posturali sono seguite da professionisti per essere curate. Senza considerare l'aspetto psicologico legato a bambini e ragazzi che, da un anno, non possono fare alcuna attività fisica e avere relazioni tra di loro». «Si è intervenuti sul settore – conclude il collega Sturlini – senza calarsi nella realtà rappresentata da questi luoghi. Per di più imponendo una chiusura così lunga a un settore che era già in bilico prima del Covid. La priorità è rivedere la modalità degli indennizzi. Serve un cambio di passo». —

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