Meteo
È morto Renato Pesce raccontò in un libro la sua odissea nel lager
MONSUMMANO. Fino all’età di 91 anni aveva scritto solo racconti. Una sorta di hobby, che alla sua prima pubblicazione, nel 2003, gli era valso il premio selezione narrativa. Poi, superata quella sorta di pudore che lo aveva sempre trattenuto, aveva deciso di raccontare la sua terribile vicenda personale nel libro “Il ragazzo che visse nel lager”. «Volevo lasciare un ricordo alle giovani generazioni – disse un paio di anni fa al Tirreno – soprattutto a mio nipote Lorenzo, che tra l’altro ha curato la copertina del libro. È giusto che i giovani sappiano perché non succeda più! ».
Nato a Novi Ligure nel 1927 ma monsummanese d’adozione, Renato Pesce se n’è andato ieri. Lasciando un grande vuoto nella comunità di Monsummano. «Abbiamo avuto il piacere e il privilegio di conoscerlo quando abbiamo presentato il suo libro. Una persona squisita, un uomo d’altri tempi, sereno e arguto» ricordano la Biblioteca comunale Giuseppe Giusti e il gruppo di lettura “Il tè delle quattro”.
A dieci anni Renato Pesce si trasferì da Novi Ligure a Genova, dove intraprese gli studi tecnico commerciali. Il suo sogno era di laurearsi in ingegneria navale, ma il sogno fu interrotto dalla guerra, che lo strappò agli studi e lo portò in Germania: a 17 anni, nel luglio del 1944, fu deportato come lavoratore coatto in una azienda chimica a Lewerkusen e come internato a Rheinfelden, al confine con la Svizzera.
«Di quei mesi ricordo la fame – raccontò sulle pagine del Tirreno – Il razionamento, lo chiamavano. Ci davano una brodaglia di tè a colazione e un unico pasto a pranzo di cipolle o rape, ogni tre giorni una pagnotta che non bastava mai. Quando sono tornato a casa pesavo 55 chili. La nostra condizione di lavoratori chimici era meno dura di chi lavorava nelle miniere. Tanto che questa esperienza, io dico, l’ho vissuta e non subita. Certamente ci mancavano il cibo e la libertà, ma io avevo fame di realizzare la mia vita».
«Non provo odio per nessuno – aveva sottolineato – I tedeschi sono un popolo come un altro. Sono stato fortunato, ho visto in tante persone dell’umanità. L’ingegnere Mayer mi aveva scelto perché assomigliavo tanto a suo figlio che era al fronte in Russia e una volta, con la scusa di dovere fare dei lavori a casa, mi portò da sua moglie per farle vedere questa somiglianza. Mi offrirono pane e marmellata e la donna mi abbracciò. Nel sentire il suo buon profumo di sapone, mi ritornò a mente l’odore di mia madre ed ebbi la consapevolezza che l’avrei rivista». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google