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L’emergenza coronavirus 

Stato d’ansia e panico: i casi di ragazzi in cura segnano un aumento di oltre il 30 per cento

Simona Peselli
Stato d’ansia e panico: i casi di ragazzi in cura segnano un aumento di oltre il 30 per cento

Marco Armellini, direttore della Salute mentale dell’Asl «Mantenere le abitudini, a letto si va alla solita ora»

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Simona Peselli

Ansia, attacchi di panico, perdita di interesse, paura per il giudizio altrui. I casi di ragazzi in cura nelle strutture Asl dai 12 ai 18 anni sono aumentati di oltre il 30 per cento nell’ultima parte del 2020, e nei primi tre mesi del 2021, rispetto al 2019. In tutta la Ausl Toscana Centro nel 2020 complessivamente gli accessi maggiori si sono concentrati dopo i primi sette mesi di lockdown duro. Per rispondere alle richieste urgenti sono state aumentate anche le visite settimanali. Lo conferma il dottor Marco Armellini, neuropsichiatra infantile e direttore dell’Unità funzionale salute mentale infanzia e adolescenza dell’Asl.

«I problemi più frequenti riguardano la scarsa motivazione, più sul versante dell’ansia e della depressione – spiega il neuropsichiatra –. Abbiamo per curarli gli strumenti della nostra professione, intervento psicologico e in certi casi quello farmacologico, il supporto alle famiglie. I casi più seri possono richiedere anche l’ospedalizzazione. In questo momento stiamo riscontrando più problemi fra i maschi».

Queste le istruzioni casalinghe da seguire dedicate a genitori e ragazzi. Analisi puntuale di quello che sta succedendo, il disagio adolescenziale descritto minuziosamente. «Non bisogna rompere le abitudini quotidiane, le basi dell’essere persona. Ci si alza presto, si fa colazione ci si lava e ci si veste come se si dovesse andare a scuola normalmente – spiega Armellini –. Il pigiama è bandito dall’abbigliamento giornaliero, si usa solo per dormire. Ci si prende cura di se stessi e degli altri. Bisogna condividere le attività e una comunicazione che passa attraverso lo stare insieme. Cosa che è difficile nelle famiglie, anche perché i genitori si sentono in colpa. Per dover lasciare i ragazzi soli, di vedere a questo punto che stanno perdendo un anno e più di formazione ormai ridotta a poche nozioni. Lo sforzo che bisogna fare da adulti è di poter mantenere degli stimoli, degli interrogativi aperti, dei progetti anche a lungo termine. Quello che manca a tutti noi è proprio il senso del futuro. Mentre nel primo lockdown c’era l’idea di stringere i denti, perché poi “ce la faremo”, la seconda e la terza ondata ci hanno dato la misura che ci troviamo davanti a qualcosa che non è così passeggero».

Diventa più difficile lavorare sulla prospettiva e sul senso del futuro. Quello che ci manca di più è proprio la speranza. Per un ragazzo di 16 e 17 anni è veramente pesante pensare di non vedere gli amici per un anno. «Dove son finite le cose che mi piacevano. Bisogna ricavarsi un momento al giorno – insiste il dottor Armellini – per fare qualcosa insieme che possa piacere a tutti i componenti della famiglia. Dare più responsabilità ai ragazzi sulla conduzione della vita familiare».

Mantenere le abitudini, si va a letto la sera a un orario regolare. Si cerca di trovare un modo per fare attività fisica: è chiaro che farla con i genitori non potrà essere piacevole come farla con gli amici. Proporre anche delle piccole cose. L’importante è che tutti i giorni nasca l’occasione di fare qualcosa insieme. «Anche semplicemente parlare – conclude il neuropsichiatra –. Lasciarsi un messaggio: la cura della comunicazione è una delle cose più importanti, magari parte dalle occasioni più banali come la lista della spesa o la lavatrice da scaricare. Rimpianto per aver perso buona parte della nostra vita: noi adulti dobbiamo fare da modello per loro, proprio noi li rimproveriamo,perché stanno fissi sui social, e noi facciamo lo stesso. Ottimo condividere un film, guardare e commentare una serie tivù insieme a loro». —

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