Il Tirreno

Montecatini

Addio a Natalino Moschini, re del Bar Jolly in zona Sud

Roberto Grazzini
Natalino “Natale” Moschini, morto a 93 anni per un malore
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Natalino “Natale” Moschini, morto a 93 anni per un malore

Se n’è andato per un malore improvviso che lo ha colto nella sua casa di via Arno. Il suo locale, insieme al Bar Ilio, era punto di riferimento di un intero quartiere di Montecatini 

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Roberto Grazzini

Montecatini. “C’era una volta il Bar Jolly…”. No, non è esatto. Il Bar Jolly ci sarà sempre, sebbene adesso abbia perso l’anfitrione e mentore, Natalino “Natale” Moschini, personaggio indubbiamente carismatico, figlio di quella sanguigna e genuina zona Sud a cui era visceralmente attaccato.

Se il Bar Ilio era il punto di rifermento e di aggregazione per la gente di Via Marruota, il Bar Jolly recitava il medesimo ruolo sulla meno periferica via del Salsero, “raccogliendo” clienti e consensi pure dalla frazione del Gallo.

Due locali, badate bene, non in antitesi ma all’insegna della pacifica convivenza, tanto da avere i giorni di chiusura settimanale differenti, in modo da “scambiarsi” colazioni e altre eventuali consumazioni.

Natalino, esperto cacciatore, era il re di quel piccolo impero, affiancato alle case popolari, che in origine fungeva da gelateria. Con l’espansione della struttura il Bar Jolly visse il massimo splendore all’inizio dei favolosi anni ’80. Venne fondato l’Inter Club Veleno, da lui fortemente interessato, dal grande cuore nerazzurro. Il giorno che vennero al bar alcuni atleti della società meneghina aveva le lacrime agli occhi.

«Se lo volevi far arrabbiare – ha ricordato Giovanni Meacci detto “Cinatta” – gli parlavi di male dell’Inter o di Saronni, in campo ciclistico, e cominciavano così le interminabili discussioni nella sala della televisione».

Poi non si perdeva una partita della squadra amatoriale, formata dai ragazzi più giovani che frequentavano il locale.

«Si metteva in piedi alla rete e quando si accorgeva che eravamo in difficoltà – confida Igor Cellerini – la parola d’ordine era “Ala!” nel senso di buttare la palla in fallo laterale».

«Credo di esprimere il pensiero comune – aggiunge Massimo Olianti, spericolato portiere di allora – se dico che Natalino è stato una sorta di secondo babbo per molti di noi».

Dietro un grande uomo però c’è sempre una figura femminile di spessore. Nel caso specifico si trattava dell’instancabile moglie Filomena, scomparsa un paio di anni fa, che gestiva inoltre il negozio di generi alimentari nella vicina via Arno. Dove la famiglia Moschini abitava e dove Natalino se n’è andato, colto da un improvviso malore, senza un gemito. Un’uscita di scena in punta di piedi, di fatto contraria al suo carattere, gioviale e allo stesso tempo bonariamente brontolone.

Ma forse era quello che voleva. Nonostante il nome, derivato dal giorno di nascita (25 dicembre 1927), era poco incline alle feste comandate ed alle cerimonie. Non ne ha volute neppure al termine di una piena e appagante esistenza terrena.

In ogni caso, il saluto e l’abbraccio ideale della gente della zona Sud alla famiglia e a Natalino è stato fortissimo, come sottolinea il figlio Giovanni, commosso dall’attestato di affetto, fatto di visite a casa, telefonate e occhi lucidi.

Ragion per cui poco importa se quella saracinesca resterà abbassata e le luci rimarranno ancora spente. La storia di Natalino, e di quel Bar Jolly è già leggenda. —

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