Il Tirreno

Montecatini

il ricordo della vittima di origine albanese 

«Nertil era un pezzo di pane Arrivato in Italia per lavorare»

Luca Signorini

Quando riusciva a trovare  un impiego faceva il muratore e il carpentiere. Abitava col fratello maggiore nella zona  dell’ex Mercato dei fiori

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Pescia

Morire così lontano dai genitori, a 1.500 chilometri dal paese d'origine, da quella che è la tua Patria e la tua casa. Morire su una strada dritta e buia, con gli amici, coloro che ti danno la forza di restare al di qua dell'Adriatico. Lontano da dove sei nato. Un attimo prima le battute e i sorrisi, un attimo dopo le lamiere contorte, il sangue, lo strazio, il dolore. La morte all'improvviso.

Una vita dura, incerta, spezzata prima che diventasse compiuta in un Paese che non è il tuo, ma che in qualche modo doveva sembrare l'unica salvezza. Era un bravo ragazzo, un ragazzo che lavorava. Purtroppo domenica ha sbagliato compagnia di viaggio: ad attenderlo ha trovato il destino, Nertil Ferhati, il 33enne albanese deceduto sul colpo poco prima delle 20 di domenica sulla via Romana, tra gli Alberghi e Chiesina Uzzanese. Il giovane era da due anni in Italia, originario di un Comune rurale del distretto di Elbasan, nell'Albania centrale, a una quarantina di chilometri da Tirana. Non era sposato e non aveva figli.

Da quando era arrivato a Pescia, Nertil lavorava come muratore e carpentiere, «faceva quello che c'era da fare, qualsiasi lavoretto, era un ragazzo che si applicava», racconta un suo cugino. Ferhati abitava insieme al fratello più grande in via Rosselli, nella zona dell'ex Mercato dei Fiori. Ieri sotto l'abitazione c'era un discreto via vai di persone, conoscenti, amici, parenti.

«Proviamo a farci forza insieme in questo grande dolore», affermano alcuni uomini che poi salgono le scale della palazzina e si richiudono il portone alle spalle.

Voleva rimanere in Italia Nertil, in tasca un permesso di soggiorno e giornate spese tra burocrazia e uffici, nel tentativo di capire come regolarizzare la sua posizione. Insieme ai tre amici finiti con l'Alfa 147 rossa contro la Dacia Duster, domenica era stato a pranzo al ristorante pizzeria “I Tre Angeli”di via Garibaldi, sulla rotatoria dell'Esselunga. Il locale è gestito da una famiglia di origine albanese, da anni in città. «Nertil era un pezzo di pane, posso dire che eravamo come fratelli – racconta Jimmy Lama, marito della titolare del ristorante – era venuto in Italia per lavorare, ogni tanto ci riusciva e ogni tanto no. Frequentava la nostra trattoria, a volte la sera ci trovavamo sul lungofiume a Pescia, per passare un po' di tempo insieme. È una grande tragedia, ancora non riesco a crederci». Domenica era il giorno di riposo, per Ferhati e per i suoi due connazionali (entrambi lavoratori nei vivai del territorio). Una giornata passata a pranzo fuori, in giro, tra amici. Fino a sera, fino a quel lungo curvone sulla via Romana, al terribile schianto. Poi si è fermato tutto. —



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