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«No all’accorpamento delle classi» Liceo Lorenzini, appello dei genitori
PESCIA
«La decisione di accorpare delle classi, sebbene formalmente legittima, è una scelta sbagliata».
Non hanno dubbi i genitori dei ragazzi del liceo Lorenzini, che costituitisi formalmente in comitato, lo scrivono in una lettera all’Ufficio Scolastico Provinciale. La richiesta è semplice: rivedere il provvedimento che prevede l’accorpamento delle quattro classi terze del liceo, così da ricavarne tre, di cui una articolata scienze umane/scientifico.
Oltre alla perplessità derivante dalla prospettiva di mettere insieme studenti di indirizzi differenti, i genitori pongono in evidenza la non opportunità di una simile decisione, giunta inaspettatamente ad emergenza sanitaria non ancora finita.
«In questa fase di pandemia – si legge nella lettera – tale decisione appare addirittura dissennata, in quanto oltre ad impoverire l’offerta formativa, va a creare un problema logistico di organizzazione delle aule che rende di fatto più difficile la tutela della salute dei ragazzi, esponendo quindi docenti e dirigente scolastico a subirne le conseguenze sia sotto il profilo della efficacia formativa che della responsabilità».
I genitori ricordano come il rispetto delle misure di tutela della salubrità degli ambienti di lavoro e di sicurezza dei lavoratori e degli utenti del servizio rappresenti una condizione di legittimità dei provvedimenti relativi all’organizzazione del sistema scolastico e invitano il provveditore a tutelare il diritto alla salute in primis.
Anche i docenti, appresa la decisione, hanno mostrato forti perplessità nei confronti del provvedimento tanto che nel Consiglio di Istituto dello scorso 29 giugno hanno scelto di non adottare nessuna specifica deliberazione in merito ai criteri per operare l’accorpamento delle classi in questione. «Oltre allo smembramento di gruppi già consolidati, l’accorpamento comporterebbe una didattica separata per le materie di indirizzo, con un risparmio complessivo per le casse dello Stato di appena quindici ore settimanali, nemmeno uno stipendio mensile – evidenziavano i docenti in una lettera aperta all’Usp, nella quale si chiedeva di esplicitare le ragioni di una simile decisione – Se il ragionamento è di natura economica, ben si comprende come il risparmio sia minino. Sembra essersi imposto ormai da anni anche nella scuola un modello aziendale. Ebbene, pur adottando questa prospettiva non si potrà non convenire che un’azienda – sempre che la scuola sia un’azienda – funziona soltanto se investe sapientemente». –
M. S.
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