Il Tirreno

Montecatini

la storia di un campione 

Buon compleanno, Varenne mai nessun altro come te

Paolo Allegri
Buon compleanno, Varenne mai nessun altro come te

La leggenda dell’ippica in Italia e all’estero ha compiuto 25 anni il 19 maggio Minnucci tornò ad abbracciarlo al Sesana nel 2014: «Mi ha riconosciuto» 

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MONTECATINI

È appena trascorso qualche giorno. Il 19 maggio sua maestà Varenne, il più grande campione della storia dell’ippica, ha compiuto 25 anni. Una festa rigorosamente a porte chiuse, senza aprire al pubblico, come era sempre accaduto, la casa dell’allevamento che lo ospita. Una ricorrenza festeggiata dal personale dell’Equicenter, la struttura in provincia di Pavia, a Monteleone, che ospita il campionissimo del trotto, con una torta di carote offerta a quel cavallo amatissimo da tutta italia. Già, perché Varenne è stato qualcosa di speciale, di mai visto nello sport dei cavalli. L’Italia aveva avuto grandi campioni capaci di imprese assolute come Ribot, Tornese, Delfo. E se per Tornese negli anni Sessanta si era realizzata una passerella addirittura nel cuore di Milano, in Piazza Duomo, i trionfi parigini di Ribot a metà anni Cinquanta e quel lampo mondiale a New York di Delfo erano un ricordo sbiadito tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, quel quadrienno magico che ha celebrato le imprese di Varenne.

Varenne è stato qualcosa di unico per l’Italia dell’ippica perché nessun altro cavallo è stato così raccontato. Campagne pubblicitarie che lo identificavano come il “Fratello del vento”, articoli, libri e docufilm. La vera novità di avere un campione come Varenne è stata una grande occasione per fare conoscere l’ippica a un Paese intero.

Nessun campione delle corse in Italia ha avuto una forza mediatica pari alla sua. Un cavallo che non è stato soltanto un atleta, ma qualcosa che comunicava un sentimento profondo. Affetto e identificazione, non solo vittorie e classe. Ma qualcosa che smuoveva le folle, coinvolgeva le famiglie intere, non solo gli incalliti appassionati delle sale corse. Merito anche degli uomini e delle donne attorno al Re. Il suo team, dal driver Giampaolo Minnucci, un romano che nei calzini portava la figurina di Totti come portafortuna, al proprietario Enzo Giordano, un uomo scaramantico ma anche generoso e visionario, poi un grande professionista dell’ippica, di notevole cultura e gentilezza come Francesco Ruffo e tutti gli altri uomini di Snai, tante persone che hanno veicolato e comunicato quel cavallo che portava in giro per il mondo il tricolore. Ognuno di loro ha fatto di quello con Varenne il proprio tempo migliore. Professionalmente e anche mettendoci qualità umane. Empatia, su tutto.

È stato un cavallo della gente, il Fratello del Vento. Un campione dell’Italia, specialmente. Tanto che in tutti gli scatti di questa trionfale cavalcata quello entrato nell’immaginario collettivo: l’inchino alla bandiera davanti alle tribune con Giampaolo Minnucci che sotto le “luci a San Siro” (il vecchio ippodromo del trotto che oggi non c’è più) vide uno spettatore alla balaustra che sventolava un tricolore e portò lì Varenne. Lo fermò, tirò a sé le guide e quel cavallo meravigliosamente intelligente e tanto divo s’inchinò. Divenne uno scatto di un grande fotografo degli ippodromi: Stefano Grasso. Quella rappresentazione si è poi ripetuta, in altre due notturne, celebrate negli anni Dieci del Duemila proprio al Sesana di Montecatini. L’ultima volta è stato nel luglio del 2014, la sera del Gran Premio Società Terme. Stavolta è stato Rosellini, la famiglia che da sempre racconta per immagini la storia del nostro ippodromo, a dipingere uno scatto che è storia. Fu una serata speciale anche per una reunion. Al mattino partì dalla Finlandia Iina Rastas, la lad del campione. La fatina bionda che accudiva Varenne nel corso della sua carriera. Qualche romanticone ebbe a suggerire a chi ha narrato sui quotidiani e sui libri le imprese del più grande cavallo di sempre che Varenne vinceva per lei. La realtà era che tra loro c’è stato un feeling di sguardi e di parole sussurrate dalla biondina finnica all’interno del box, per calmare quella splendida macchina da corsa. Un rilassamento prima della battaglia. Varenne è stato il più grande di tutti perché nessuno come lui ha vinto in tanti ippodromi in Europa e nel mondo e battendo sempre i migliori. Quasi sempre ha girato all’esterno di cavalli forti e veloci. Poi ad un certo punto se ne andava. Se ne andava via Varenne. Sembrava Pantani quando scattava sulle prime rampe della salita. Il Pirata voleva andare via, non faceva calcoli. Giù la bandana, quello era il segnale. Per Varenne il segnale era la voce del suo guidatore Giampaolo Minnucci. Bastava un vai e Varenne andava via. Accelerava, due, tre metri di vantaggio che in breve diventavano dieci e venti sul traguardo. Minnucci tornò ad abbracciare Varenne a Montecatini una sera di alcuni anni fa. «Mi ha riconosciuto», disse andandosene. –

Paolo Allegri

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