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Resti nell’ossario comune: dirigente condannata
Il Comune ha pagato 60.000 euro al figlio del defunto riesumato, la responsabile dell’ufficio ne dovrà risarcire la metà
pescia
Quella comunicazione non era mai arrivata nelle mani di chi gestiva il cimitero comunale. Per cui, quando era arrivato il momento di riesumare la salma, nessuno sapeva che quei miseri resti, in base al contratto di concessione sottoscritto dal figlio del defunto anni prima, avrebbero dovuto essere tumulati in quel loculo appositamente “acquistato”. Ed erano perciò finiti nell’ossario comune. Un disguido, sicuramente doloroso per i familiari del defunto, che il Comune di Pescia, in seguito alla condanna da parte del tribunale civile, ha dovuto risarcire con 60.000 euro per il danno subito. Denaro che adesso dovrà in parte (per la precisione la metà esatta) restituire all’amministrazione l’allora dirigente comunale che nel giugno 2003, quando fu stipulato il contratto, era alla guida dell’Ufficio Affari generali, Alessandra Galligani, condannata al pagamento dalla Corte dei conti della Toscana.
La procura contabile aveva chiesto che la dirigente fosse condannata a rimborsare al Comune di Pescia l’intera cifra, ma i giudici hanno ritenuto che quello che era accaduto non fosse unicamente colpa sua.
Alla dirigente, che materialmente aveva sottoscritto il contratto con il figlio del defunto, è stato contestato di non aver proceduto alla formale comunicazione al gestore del cimitero, che in base a quel documento avrebbe dovuto aggiornare la mappa dello stesso, in vista delle future riesumazioni. È vero che nel 2003 la prassi era quella di affidare tale compito allo stesso cittadino che aveva acquistato il loculo, che avrebbe dovuto andare al cimitero con la ricevuta, ma proprio nel non aver riorganizzato l’ufficio in modo tale dal non dover affidare a un privato il buon esito dell’operazione consiste, secondo i giudici contabili, la colpa dell’allora dirigente: «La Gallicani Alessandra, in ogni caso, avrebbe dovuto sradicare la prassi inopportuna di affidare al privato la comunicazione dell’avvenuta concessione del loculo, onde assicurare un tempestivo allineamento fra i contratti stipulati e la consistenza delle mappe cimiteriali nella disponibilità del custode».
È anche vero però, spiega la Corte, che i familiari, quando avvenne la riesumazione, non provvedettero a comunicare, come prevedeva la normativa, dove volevano che venissero tumulati i resti. Un “concorso” di responsabilità che ha portato i giudici a condannare la dirigente al pagamento di soli 30.000 euro. —
Massimo donati
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