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«Se non rimanete a casa vanificate i nostri sforzi nelle terapie intensive»

Elena Guerri
«Se non rimanete a casa vanificate i nostri sforzi nelle terapie intensive»

Michela Batosti, 25 anni, di Monsummano, lavora all’ospedale di Empoli e racconta la battaglia quotidiana per strappare i pazienti al Covid-19

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MONSUMMANO

Un sorriso luminoso, un animo gentile e una dedizione al lavoro davvero ammirevole per una giovane infermiera. Michela Batosti, venticinquenne di Monsummano Terme, dopo aver conseguito il diploma al liceo Forteguerri, si è laureata in infermieristica nel 2018 all’Università di Firenze. Ha lavorato all’ospedale di Empoli sia durante gli studi come Oss, sia come infermiera al Pronto Soccorso e non appena è scoppiata l’emergenza sanitaria non ha avuto alcuna esitazione ed ha accettato l’incarico in terapia intensiva. Una volta firmato il contratto, ha deciso di andare a vivere da sola per non mettere a rischio i genitori e la nonna ed adesso preferisce salutare i suoi cari da lontano. Ha indossato la tuta, le protezioni e le tre paia di guanti e ogni giorno durante il turno di sei ore è più forte della sete, della fame e delle necessità fisiologiche, perché un severo protocollo deve essere seguito per la vestizione e la svestizione. Troppo alto è il rischio di infettarsi, qualora non vengano seguite le ferree regole. E così Michela ha vinto le iniziali paure e ha accettato di svolgere il suo dovere, e tiene a precisare di non voler essere definita un’eroina, poiché questo è il suo lavoro.

«Inizialmente ero preoccupata, in quanto temevo di non essere altezza di questo ruolo, considerato la mia inesperienza in terapia intensiva – ha spiegato Michela – Per questa emergenza, però, siamo stati velocemente formati e soprattutto divisi in gruppi affiancati da un capogruppo con molta esperienza e da un’altra persona esperta. Chiaramente le nostre mansioni sono diverse rispetto al reparto di medicina ed il rapporto con il paziente è molto più stretto, visto che ne abbiamo al massimo due ciascuno rispetto ai consueti dodici o tredici. Questo è dovuto alle cure specifiche e attente che ciascun caso richiede».

«Il mio primo giorno in terapia intensiva è stato devastante – ha proseguito – dato che in un primo momento non c’erano neppure le tute della mia taglia e muovermi risultava difficile, senza considerare la sete, la fame e la mancanza di ossigeno. Inoltre gestire il paziente è più faticoso e una semplice azione come un prelievo del sangue richiede un tempo triplo. Per fortuna i miei colleghi mi hanno aiutato e supportato e siamo riusciti a creare una squadra unita e solidale. Questo fatto è molto importante».

«Quando un paziente migliora, per noi è una vittoria – sottolinea Michela – ad esempio io sto seguendo un uomo abbastanza giovane, che prima era sedato. Io parlavo sempre con lui, visto che coloro che sono sedati possono sentirci. I medici adesso lo stanno svegliando e lui mi ha riconosciuto e mi ha sorriso. Questi feedback positivi ci gratificano molto. Per Pasqua, invece, abbiamo portato del cioccolato ad un altro ragazzo, con un biglietto di incoraggiamento e lui ha scherzato con noi. Questi sono gli aspetti più belli che ci danno la forza per svolgere al meglio il nostro lavoro».

E adesso qual è la speranza? «La mia speranza – ha concluso – è che questa emergenza finisca presto e che tutti i nostri pazienti possano guarire. Le persone devono essere consapevoli e responsabili nel rimanere in casa, poiché in alcuni giorni c’è troppo traffico e ci sono troppe persone in strada. Ciò vanifica i nostri sforzi. Basterebbe stare due ore nella nostra tuta o in un letto di questo reparto, per essere indotti a non uscire». –

Elena Guerri

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