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«La terza notte di ricovero ho creduto davvero di essere al capolinea»
Nicola Pieri, presidente della Confcommercio, è guarito ma in isolamento «Quando mi hanno rimandato a casa è scattato l’applauso delle infermiere»
LARCIANO
Dalle finestre del appartamento di Larciano, Nicola Pieri, osserva il transito delle auto sulla via Francesca. La voce è fioca, interrotta da qualche colpo di tosse «Se mi guardo indietro – spiega – è la vista più bella al mondo».
Affermazione comprensibile quella del giovane e coraggioso presidente della Confcommercio di Montecatini, titolare con il fratello dell’omonima tabaccheria di via Tripoli, alla luce delle tre drammatiche settimane passate nel reparto Medicina 1 Setting D a Pistoia a lottare strenuamente contro il maledetto coronavirus. La lunga battaglia inizia il16 marzo quando Nicola avverte difficoltà respiratorie e tossisce di continuo. Lo ricoverano all’ospedale di Pistoia.
«Mi hanno fatto il tampone di cui ho avuto il responso più avanti, ma in ogni caso dai raggi era evidente una polmonite in corso – racconta con estrema lucidità – ho iniziato a respirare meglio con la maschera con l’ossigeno. Però il calvario era appena iniziato. La situazione è peggiorata e la febbre restava altissima. Attaccato alle flebo, sottoposto a continui prelievi per controllare l’ossigeno nel sangue e sempre seduto per cercare di ottenere una migliore respirazione, ho perso tutte le forze e non sono stato più autosufficiente. Dalla mascherina siamo passati al casco».
Riprende fiato, come chi scrive. «La terza notte ho pensato di essere arrivato al capolinea – confida – non ce la faceva più. Quando è arrivato l’anestesista, ruolo determinante nella cura di questa malattia, ho creduto mi intubassero. Ma ciò che ha detto mi ha spiazzato. “Nicola, togliamo il casco e rimettiamo la mascherina. Stai combattendo alla grande. Le analisi sono migliorate”. L’ossigeno e le tante medicine che assumevo potevano dare allucinazioni. Forse mi stavo immaginando tutto. Rimessa la mascherina, ho sofferto non so per quanto tempo. Però pian piano il respiro è tornato regolare. I miglioramenti sono proseguiti lentamente ma in maniera costante. A tre settimane dal ricovero hanno deciso di mandarmi a casa, clinicamente guarito, in isolamento, in attesa del tampone».
Cerca di schiarirsi la voce. La malattia non c’entra, è solo l’emozione. «Uscito nel corridoi le infermiere si sono affacciate per farmi l’applauso. Non le ho mai viste in volto a causa delle doverose protezioni, come i dottori. “Il mio malatino ce l’ha fatta” ha detto una di loro che dal timbro ho riconosciuto come quella che veniva spesso in stanza. E non siamo riusciti a trattenere le lacrime».
«Sono persone semplicemente eccezionali – spiega – lo si capisce dai piccoli, grandi gesti. Sempre pronte ad una carezza, ad una parola di conforto o di incoraggiamento. Cercano in tutti i modo di darti l’affetto ed il supporto che familiari non ti possono dare e ci riescono davvero bene. Chiamarli eroi è il minimo. Grazie di cuore». La commozione rimane parlando dei compagni di sventura. «La stanza aveva due postazioni e ad alcuni, persone anziane, ho prestato il cellullare per chiamare a casa e rassicurare i propri cari. Per uno di loro è stata l’ultima telefonata. Con gli altri ci siamo sentiti durante questa fase di convalescenza e spero di abbracciarli quanto prima».
«Credetemi – chiude – state in casa. Non sfidate la sorte. Non auguro a nessuno quello che ho passato. E poteva finire peggio…». –
Roberto Grazzini
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