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«La didattica a distanza resterà anche dopo il coronavirus»

Maria Salerno
Il professor Giorgio Scrofani
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Il professor Giorgio Scrofani

Il professor Giorgio Scrofani racconta l’esperienza positiva del liceo Lorenzini «Gli studenti si sono adattati meglio e ora vogliono finire il programma» 

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PESCIA. Un'altra didattica è possibile. È questa l'eredità più importante che alla scuola lascia l'emergenza sanitaria, che ne ha decretato la chiusura, lo scorso 5 marzo, senza che ancora si intraveda all'orizzonte la ripresa della normale attività didattica. All'inizio la prospettiva di una “didattica digitale” - unica alternativa allo stop totale - aveva lasciato disorientati (e non poco) gli insegnanti, ma dopo un mese c'è chi si è adattato, chi addirittura ne intravede le potenzialità e non esclude, in futuro, un suo possibile affiancamento alla didattica tradizionale.

È il caso di Giorgio Scrofani, professore di Filosofia e Storia e responsabile della comunicazione con l’esterno del liceo Lorenzini di Pescia. «La scuola digitale, fino a ora era rimasta quasi esclusivamente sulla carta e lasciata alla libera volontà di dirigenti e docenti, che spesso tra molte difficoltà si sono dotati degli strumenti tecnologici e didattici del caso. Di fatto questa situazione ha consentito a tutti, insegnanti e alunni, di migliorare le capacità digitali. E tutto questo potrebbe rivelarsi funzionale all'introduzione di un cambiamento nel tradizionale modo di insegnare».

Teledidattica anche a cose normali, dunque?

«La teledidattica non può considerarsi sostitutiva di quella tradizionale, ma la può affiancare, garantendo maggiore inclusività. Se esistesse la prassi di caricare le lezioni su una piattaforma digitale, anche chi deve assentarsi da scuola potrebbe seguirle, anche chi ha seguito e volesse riascoltare dei passaggi potrebbe farlo. Insomma, si tratterebbe di un'opportunità in più».

Gli strumenti digitali, oltre che a supporto della didattica, potrebbero essere impiegati anche per snellire alcune pratiche.

«Penso al collegio dei docenti, che on line è stato molto più snello, sistema che in futuro potrebbe essere applicato anche ad altri aspetti dell’attività scolastica, ad esempio la comunicazione scuola-famiglia».

Un'altra grande lezione che la scuola ha ricavato è che esiste anche un modo virtuoso di utilizzare le nuove tecnologie.

«Tutto questo, a mio avviso, è servito ad abbattere lo stereotipo secondo cui digitale vuol dire necessariamente negativo, freddo, pericoloso. Tutti noi siamo stati educati concretamente alla cultura digitale in questi giorni e abbiamo compreso che esiste un modo positivo di approcciarsi ad essa, che il digitale può rappresentare un utilissimo strumento di lavoro, che offre opportunità diverse e non necessariamente deve essere vissuto come un nemico. Anche noi insegnanti abbiamo imparato a familiarizzare con certi strumenti, la situazione ce ne ha offerto la possibilità e credo che quando finirà l'emergenza dovremmo tutti farne tesoro. La tecnologia non sostituirà mai l'insegnamento, che si fonda sulla relazione e quindi la presenza, ma può senz'altro contribuire ad ampliarne le possibilità. Del resto, lo abbiamo realizzato tutti, se la scuola continua ad esserci nonostante tutto è perché è fatta di persone e sono le persone a reggerla».

E i ragazzi che pensano?

«I ragazzi sono quelli che si sono adattati alla situazione molto più di tanti adulti dimostrando molto senso di responsabilità. Qualche giorno fa avevo proposto uno snellimento delle lezioni a distanza e sono stati loro a dirmi di no, perché vogliono finire il programma». —

 

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