Il Tirreno

Montecatini

Promettevano permessi di soggiorno In tre ai domiciliari

Promettevano permessi di soggiorno In tre ai domiciliari

Un avvocato di Montecatini, un’ex barista romena e un agricoltore di Prato avevano raggirato 16 stranieri

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MONTECATINI. L’organizzazione era, almeno agli occhi di un extracomunitario alla ricerca di un permesso di soggiorno, quasi perfetta. C’era l’avvocato (un montecatinese di 45 anni), che li accoglieva nel suo studio; c’era la 45enne romena (ma da lungo tempo residente in città) titolare di un’agenzia di disbrigo pratiche per il lavoro; e c’era l’imprenditore agricolo pratese pronto ad assumere (a Prato peraltro sono ancora aperte le quote di ingresso per extracomunitari, a differenza di Pistoia). In realtà gli ultimi due erano una ex barista già conosciuta dalle forze dell’ordine e un agricoltore il cui unico possedimento era un appezzamento di massimo un ettaro, con la sede dell’impresa stabilita nella propria abitazione. Ma questo i 16 stranieri truffati (11 cinesi e 5 albanesi) lo hanno scoperto dopo. Dopo aver scucito al terzetto 3.500-4.000 euro a testa e aver visto la propria istanza rigettata dall’autorità amministrativa.

L’indagine era partita nel novembre del 2016 e si è conclusa lo scorso giugno con l’acquisizione di vari elementi di colpevolezza nei confronti degli indagati. Ognuno aveva delle specifiche funzioni. Le indagini hanno infatti permesso di appurare che i cittadini extracomunitari si rivolgevano al legale per consulenze relative all’ottenimento di un permesso di soggiorno. In tale circostanza, l’avvocato rassicurava i clienti circa la certezza del rilascio del documento e organizzava nel suo studio un incontro con la complice (la 45enne romena), che veniva presentata come una persona “molto influente presso l’ufficio stranieri”. La donna spiegava che, per ottenere il permesso di soggiorno, avrebbe fatto assumere i richiedenti da una “ditta seria” diretta da un importante imprenditore di Prato, il terzo complice. Si sarebbe trattato di un lavoro vero, per i primi mesi non retribuito. L’indagata si occupava pertanto di acquisire i documenti dei richiedenti e compilava le istanze che venivano inoltrate, on line, al Ministero dell’Interno. Tali richieste erano corredate da una dichiarazione da parte del terzo indagato, il pratese, il quale si impegnava – tramite una cooperativa agricola – ad assumere come braccianti i richiedenti fornendo loro vitto e alloggio. Nel corso dei “colloqui di consulenza”, l’avvocato e la donna proponevano anche altre opzioni per ottenere i permessi di soggiorno, con un preciso prezzario: per esempio attraverso matrimoni “combinati” con italiani (a 5.000 euro), o con iscrizioni all’università (2.000 euro) o mediante l’apertura di partita Iva (2.500 euro). Ma il raggiro aveva le gambe corte (anche se i carabinieri non escludono che qualche pratica possa essere andata a buon fine, in precedenza): una volta avuti i soldi, l’avvocato consegnava ai richiedenti la ricevuta della presentazione delle istanze alla prefettura di Prato, assicurando che questa fosse sufficiente per soggiornare in Italia in attesa del vero permesso di soggiorno. Ma è bastato fare alcuni controlli patrimoniali della ditta che si era fatta carico di assumere gli stranieri per capire che si trattava di una società con un fatturato e un’entità economica pressoché nulli e che certamente non vi era la necessità di assumere manodopera. È stato inoltre accertato che la sede della ditta ove l’imprenditore aveva dichiarato di poter dare alloggio ai 16 richiedenti, era in realtà l’abitazione dell’indagato, composta da tre vani. Con il passare del tempo, non ricevendo notizie, i richiedenti hanno chiesto spiegazioni al legale, senza alcun risultato. Realizzato di essere stati vittima di una truffa, la maggior parte degli stranieri coinvolti ha sporto denuncia. I tre sono quindi stati arrestati e si trovano nel proprio domicilio con braccialetto elettronico. Le accuse sono di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e truffa aggravata in concorso.

David Meccoli

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