Italia
Portata a casa in stato terminale ma l’Asl invia solo un infermiere
La prima visita a domicilio del medico palliativista c’è stata ieri pomeriggio, dopo venti giorni. I familiari della donna di Lamporecchio: «Raccontiamo la nostra storia perché non succeda ad altri»
LAMPORECCHIO. Per lei, ormai arrivata all’ultimo stadio della sua vita, chiedono soltanto un’assistenza domiciliare adeguata, come garantita dall’Asl. Si sente solo e abbandonato, Lorenzo di Lamporecchio. Per sua moglie, di 75 anni, purtroppo, non c’è più alcuna speranza. Una massa tumorale al fegato, giorno dopo giorno, le fiacca sempre di più il corpo e l’anima. Ma Lorenzo e i suoi figli, Fabrizio e Annalisa, oltre a essere devastati dal dolore, non riescono ad accettare il fatto che, a distanza di venti giorni, il medico palliativista non abbia ancora iniziato la terapia del dolore. Per alleviare almeno, per quanto possibile, la sofferenza della loro cara. Tutto è iniziato il 7 luglio scorso, quando la signora, dopo un malore, è stata ricoverata all’ospedale San Jacopo di Pistoia. Dopo due settimane, il terribile verdetto: la malattia era arrivata alla sua fase terminale.
«A quel punto – raccontano, commossi, il marito e i figli – ci siamo trovati di fronte a due opzioni: o portarla all’Hospice di Spicchio, oppure a casa, con l’attivazione del servizio infermieristico domiciliare e annesse cure palliative». Lorenzo, Fabrizio e Annalisa non hanno dubbi e, fin da subito, decidono di portarla a casa. «Era cosciente – aggiungono – e desiderava stare nel suo ambiente. Eravamo tranquilli perché ci era stato detto che saremmo stati supportati dal servizio di cure che avrebbe attivato, al momento giusto, l’ospedale» . Ma soltanto per ottenere il letto adeguato, la famiglia è costretta ad attendere una settimana.
«Il 28 luglio – spiega il marito – finalmente, il letto è arrivato. E solo allora ci è stato comunicato che dovevamo attivare noi il servizio infermieristico. Siamo andati a Monsummano e lì ci è stato detto che un infermiere sarebbe venuto soltanto a partire dal giorno successivo» . E quando la famiglia ha fatto la richiesta, tramite il medico di fiducia, per le cure palliative, è stato loro risposto che non c’era nessuno disponibile a seguire il caso per mancanza di personale, legata anche al periodo estivo. «L’unica assistenza ricevuta – aggiungono i figli – è quella del medico di famiglia, la sola persona che, in questa drammatica storia, sia stata presente. E un infermiere della cooperativa Co&So a cui l’Asl si appoggia, che medica le ferite e cambia la flebo a nostra madre».
L’azienda sanitaria, da noi contattata, fa sapere che «sono stati effettuati accessi giornalieri al domicilio dell’assistita, festivi inclusi, a partire dal 29 luglio, settimanalmente anche in forma congiunta».
E proprio ieri pomeriggio, 18 agosto, la paziente ha ricevuto a casa, per la prima volta, la visita del medico palliativista. «Abbiamo deciso di mettere in luce questa vicenda – concludono i familiari – perché ad altri non accadano esperienze negative come la nostra. Basta, però, con questo rimpallo di responsabilità. Chi di dovere si assuma le proprie».
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