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Addio a Ranuzzi, coach amico di tutti e bandiera rossoblù
Il mondo del basket in lutto per la scomparsa dell’allenatore nato a Bologna 62 anni fa. Aveva guidato Montecatini in A1
Se n’è andato mercoledì all’età di 62 anni Stefano Ranuzzi, bolognese, figura storica del basket rossoblù. E anche un nome importante nel panorama italiano: da giocatore ha vestito le maglie della Virtus Bologna e della Mens Sana Siena. Diventato allenatore nella stagione '88/'89, ha guidato Montecatini in A1, Montegranaro in A2, Castel San Pietro in B d'Eccellenza, il San Severo in B2.
di LORENZO MEI
Stefano Ranuzzi per gli appassionati di basket montecatinesi era uno di famiglia. Un po’ come quei cugini con cui sei cresciuto, e a cui vuoi molto bene: non li vedi spesso, ma li consideri per sempre parte della tua vita. Il lavoro e le scelte, ti allontanano, ma i legami restano, e bastano un abbraccio o una battuta per ritrovare la confidenza di un tempo.
Ieri quando la notizia della sua morte ha cominciato a diffondersi, la reazione è stata di incredulità, subito seguita a un enorme dispiacere. Era arrivato all’inizio degli anni ’80, playmaker della Panapesca dalla serie B alla A2. Aveva portato la sua regia fatta di razionalità in una squadra votata all’attacco, in cui aveva ritrovato il compagno delle giovanili alla Virtus Bologna, Franco Natali. Fin dall'inizio aveva affiancato a quella di giocatore la carriera di allenatore, insegnando a giocare a tanti ragazzi tuttora legatissimi a lui, e dimostrando la stoffa che aveva ereditato dal padre Renzo, anche lui allenatore. Aveva cominciato con il minibasket e poi aveva fatto la trafila, conquistando due finali nazionali nelle categorie Ragazzi e Allievi. In quel gruppo c’era Gabriele Niccolai, che al telefono ha la voce rotta dalla commozione: «Più che un allenatore è stato un secondo padre. Ero un ragazzino, e ha cercato di aiutarmi in tutto, anche al di fuori del campo».
Stefano si era allontanato varie volte dalla nostra città, prima per chiudere la carriera di giocatore, poi per cominciare quella di coach professionista, facendo spola tra femminile (promozione in A1 a Pistoia) e maschile, ma era anche tornato a più riprese: come vice di Stefano Tommei alla metà degli anni ’90 e come capo in A1, all’inizio del nuovo millennio. Anche negli anni di lontananza il centro della sua vita per molto tempo era rimasto qui, dove vivevano i suoi figli, Michela e Giovanni. Quando per la prima volta ebbe l’occasione di guidare i rossoblù lo fece in un’annata complicatissima, nel 2000: sulle maglie era rimasto lo sponsor BingoSnai, ricordo di una parentesi ricca ma al capolinea, e anche se si giocava la Coppa Korac, c’era la consapevolezza che il baratro era a un passo. Nonostante questo, la squadra si piazzò dodicesima, e Stefano avrebbe senz’altro guadagnato la conferma se la società non avesse chiuso i battenti.
Lo ricorda Andrea Luchi, dirigente di quegli anni: «Alla fine del girone d’andata eravamo terzi, considerati la rivelazione insieme a Roseto. Lui fu perfetto, di fronte alle difficoltà che si manifestarono nel corso dei mesi non si fece mai prendere dal panico».
Stefano Ranuzzi era un uomo buono, dietro a quell'espressione sorniona e quasi corrucciata si nascondeva un grande cuore e un amico di tanti.
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