Il Tirreno

Montecatini

«Nessuno ci ha aiutati ora siamo costretti a una sospensione»

Luca Signorini
Iacopo Nucci (secondo da sinistra) nel 2014 alla festa per gli 80 anni della Balducci
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Iacopo Nucci (secondo da sinistra) nel 2014 alla festa per gli 80 anni della Balducci

Risponde al "Tirreno" Iacopo Nucci, direttore generale della Balducci di Pieve a Nievole: «Stiamo cercando soluzioni per scongiurare la chiusura»

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PIEVE A NIEVOLE. «Negli anni abbiamo avuto sostegno dal Comune che ha facilitato l'approvazione del piano “Bimbo Planet”, che però non è stato possibile realizzare a causa delle ingenti risorse finanziarie necessarie per dare inizio a un progetto di tale grandezza». Non si fa menzione di aiuti governativi, tanto meno regionali o provinciali.

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Parla al "Tirreno" Iacopo Nucci, direttore generale della Balducci Spa, quarta generazione della famiglia che dal 1934 ha contribuito a dare lustro al Made in Italy nel settore della scarpa per bambino. A una decina di giorni dalla chiusura dei cancelli dello stabilimento, e il giorno dopo aver formalizzato il licenziamento di 45 lavoratori, il vertice della storica azienda accetta di rispondere alle nostre domande.

Quali sono per voi i veri motivi della chiusura?

«Si tratta di una sospensione dell'attività e non una chiusura, stiamo cercando ogni possibile alternativa per scongiurare tale ipotesi. Negli ultimi anni abbiamo dovuto registrare la continua diminuzione del numero dei rivenditori clienti, da 1.200 a 500, a causa di chiusure e di insolvenze manifeste. Inoltre il mercato della calzatura da bambino nell'ultimo decennio si è orientato da calzature in pelle di gusto classico a quelle sportive dei grandi brand internazionali. Abbiamo rilevato un'erosione del potere di acquisto dei consumatori che purtroppo sono costretti a orientarsi verso prodotti più economici della grande distribuzione, in larga parte commercializzati dall’estremo oriente».

Ci sono stati investimenti e scelte sbagliate?

«Secondo il nostro punto di vista, no. Abbiamo percorso ogni possibile strada, non ultima affidando a un consulente di levatura mondiale come Kpmg un'indagine sulle alternative per risolvere l'attuale crisi».

Quali sono stati i motivi della scelta di delocalizzare in Tunisia?

«Le aziende del nostro settore devono essere in grado di rendersi flessibili se vogliono competere su un mercato così aggressivo e concorrenziale soprattutto dopo l'ingresso sul mercato di prodotti importati dall'oriente. Senza questa scelta l'azienda sarebbe andata in crisi molti anni fa».

Come avete cercato di superare la crisi?

«Aperto lo shop online, investito nel mercato russo che purtroppo si è congelato a causa delle sanzioni, sviluppato e realizzato collezioni per il mercato europeo fin quando abbiamo potuto con le nostre sole risorse finanziarie, assumendo nuovi agenti e rifinanziando l'azienda negli ultimi 4 anni con oltre 3,3 milioni di euro, introdotto servizi a valore aggiunto per la clientela come il cambio merce gratuito per tutti i nostri rivenditori per agevolare il sell-out».

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