Sangue infetto, risarcita la famiglia
L’uomo morì per le malattie sviluppate nel suo organismo dopo una trasfusione
PONTE BUGGIANESE. Morì a 39 anni in seguito alle malattie trasmessegli da una trasfusione di sangue infetto quando aveva soli tredici anni.
Il giudice di Firenze, Niccolò Calvani ha accolto le richieste dell’avvocato Giannitalo Papa di Montecatini, che rappresenta la famiglia dell’uomo, ed ha condannato il Ministero della Salute a pagare 240mila euro alla vedova e altri 200mila a ciascuna delle due figlie, oltre al pagamento delle spese del funerale che si è svolto nel 2009. E’ stato riconosciuto il danno per la perdita rispettivamente del marito e del padre. Una prima battaglia vinta quella della famiglia dell’uomo che sta portando avanti anche un processo civile.
Il giudice fiorentino ha quindi messo un primo tassello su quella che è la ricostruzione della cartella clinica dell’uomo, originario della Sicilia che diversi anni fa si era trasferito a Ponte Buggianese per lavorare come cuoco e dove aveva messo su famiglia. Una ricostruzione in cui si parla di una diretta conseguenza fra la trasfusione di sangue avuta nell’ospedale di Catania e le malattie che si sono sviluppate nell’uomo che lo hanno portato nel giro di meno di dieci anni alla morte. Era il 1999 quando l’uomo in seguito ad una persistente astenia si sottopose ad una serie di controlli e scoprì di essere affetto da epatite C. Da quel momento in poi il quadro clinico dell’uomo andò peggiorando di anno in anno: arrivarono i sintomi e le manifestazioni della cirrosi epatica, il diabete e l’insufficienza renale che lo costrinsero a sottoporsi a dialisi tre volte a settimana. Durante una di queste, il 16 febbraio 2009, l’uomo accusò un infarto e i medici non riuscirono a salvarlo. Durante il processo è stato accertato che l’uomo quandfo fu sottoposto alla trasfusione di sangue a Catania in seguito ad un incidnete stradale, ricevette il sangue contenuto in tre sacche arrivate dall’ospedale di Bergamo. Nel 2000 si scoprì che uno dei donatori era positivo al virus Hcv e che era divenuto inattivo già nel 1983, segno che i valori ematici sconsigliavano l’uso del suo sangue. Cosa che invece avvenne proprio quell’anno all’ora tredicenne. La scheda della sacca non è stata rintracciata ma il giudice ha stabilito che la perdita di quei dati non si può certo risolvere in danno di chi non ha mai avuto nè il compito, nè la posisbilità di conservarli. E per questo il giudice ha ritenuto di condannare il Ministero della sanità.
Pasquale Petrella
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