Più di mille giovani con Borsellino contro Cosa nostra
Il fratello del magistrato ucciso presente al teatro Verdi per l’incontro con gli studenti degli istituti comprensivi
MONTECATINI. «Mio fratello sapeva che sarebbe stato ammazzato, forse sapeva che sarebbe successo quel giorno stesso. Ciononostante la mattina alle 5 di quel 19 luglio si mise a scrivere una lettera agli studenti di un liceo dicendo di essere ottimista, perché i ragazzi del futuro avrebbero avuto più forza della sua generazione per combattere la mafia». Lo ha detto ieri al Teatro Verdi Salvatore Borsellino (fratello del magistrato Paolo ucciso dalla mafia in un attentato nel 1992), durante l’incontro finale del progetto legalità “È o non è Cosa Nostra?”, che ha coinvolto sette istituti comprensivi della Valdinievole. Un evento che si è svolto nel giorno di San Valentino perché, come hanno detto gli organizzatori, «l’antimafia è un atto d’amore» (e anche lo stesso Borsellino ha detto che «la mafia si può combattere, ma non basta il coraggio, serve l’amore»). Al Verdi c’erano almeno 1.300 ragazzi ad ascoltare le parole, oltre che di Borsellino, anche di Giovanna Maggiani Chelli (presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili), Alessandra Celesia (associazione “Addio pizzo”) e Roberto Pennisi (magistrato della Procura antimafia). Tutti coordinati da Ornella Maccioni, che dallo scorso ottobre a oggi ha partecipato ai vari incontri sulla legalità che si sono tenuti nelle scuole del nostro territorio. «La speranza di mio fratello – ha detto ancora Salvatore Borsellino – era tutta riposta nei giovani e io, nonostante avessi la febbre, non ho voluto mancare a questo appuntamento per portare ai ragazzi questo messaggio. Qualunque cosa si dica ai giovani, infatti, è di fondamentale importanza, in quanto saranno i cittadini di domani. E la vera lotta alla mafia parte proprio dalle scuole. Ho pertanto consigliato agli studenti di non fare come me, che ho ancora il rimpianto di essere fuggito da Palermo a differenza di Paolo, che invece è rimasto a combattere: è così che si migliora questo Paese».
«Mio fratello Paolo – ha raccontato Borsellino – era un uomo che ha combattuto fino alla fine, che non si è mai arreso pur sapendo con certezza che sarebbe stato ucciso, che avrebbe avuto ancora poco tempo per portare a termine quello che aveva iniziato. Ma ben sapeva che tutti i cambiamenti partono dai giovani, e nel loro spirito e nella loro forza vedeva la chiave per combattere la mafia. Una mafia che non è solo quella delle bombe, degli attentati, del pizzo, ma è un modo di pensare, è omertà, indifferenza, ignoranza, per questo bisogna parlarne, conoscere ed essere consapevoli». Ed è proprio per iniziativa di un gruppo di giovani palermitani che nasce nel 2004 l’associazione Addio Pizzo. Un gesto di ribellione all’inizio quasi solitario, che però ha gettato il seme per una ribellione collettiva che affonda le radici nella dignità e nel senso di appartenenza e di giustizia, e che oggi ha portato quasi un migliaio di aziende siciliane a fare fronte comune contro la criminalità organizzata.
«Abbiamo trovato, qui a Montecatini, una buona collaborazione alle nostre iniziative – ha detto Alessandra Celesia,in rappresentanza dell’associazione – e questo dimostra che c’è sensibilità verso questo argomento non solo al Sud. Anche i ragazzi hanno reagito molto bene alle nostre parole: a loro ho detto che non si deve delegare tutto alle forze dell’ordine, ma che nel piccolo ognuno può fare la sua parte. Sono atti di legalità nel quotidiano. Al centro di questo progetto, infatti, c’era il bene comune da contrapporre a cosa nostra. E la scuola è sicuramente un bene collettivo»..
David Meccoli
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