Licenziati al cancello della fabbrica
La protesta di un gruppo di dipendenti che si trova a guadagnare 500 euro al mese di cassa integrazione
MONTECATINI. Si sono presentati al cancello dello stabilimento come hanno fatto ogni mattina, per anni e anni, ma una volta lì sono stati letteralmente “selezionati”. Tu puoi entrare, tu no: così, in sostanza, si sono sentiti rispondere dal caporeparto, chi nel primo modo, chi nel secondo, i 28 lavoratori della Panapesca al centro della trattativa apertasi nei mesi scorsi dopo l’annuncio da parte dell’azienda della loro messa in mobilità. Di questi 28 in 12 hanno conservato il posto in azienda, gli altri sono finiti in cassa integrazione. E chi aveva perso il lavoro lo ha saputo così, lunedì mattina, sentendosi dire «tu non puoi entrare». Un autentico choc per tutti.
Solo il venerdì precedente era stata chiusa la trattativa tra azienda e sindacato, con un accordo che i rappresentanti dei lavoratori avevano giudicato soddisfacente, ma che in realtà (lo vedremo), ha finito per far infuriare rappresentati. Ma torniamo alle notifiche di licenziamento. Dopo l’accordo dall’azienda sono partiti i telegrammi, indirizzati ai lavoratori “rimasti a piedi”. Solo che le lettere son partite il venerdì sera e – complice il fine settimana nel mezzo – alle abitazioni dei licenziati sono arrivate il lunedì mattina, quando gli stessi erano già partiti per andare al lavoro. Da qui il brusco annuncio. Una questione di “forma”, certo poca roba al confronto con la “sostanza”, ossia il fatto di essere rimasti senza lavoro. Ma anche questo atteggiamento ha contribuito non poco a esasperare gli animi dei lavoratori, che si son sentiti trattati come merce. E, a dirla tutta, non è che l’impatto sarebbe stato molto più delicato se il telegramma fosse arrivato in tempo. La missiva, infatti, recita letteralmente: «Come da accordo sindacale siglato in provincia a Pistoia il 29/11/2013 le comunichiamo che dal 29/11/2013 sarà sospeso dal lavoro e collocato in CISG». Quindi la scritta “Panapesca”, in maiuscolo. E basta.
Questione di forma dicevamo. Ma considerata comunque importante da chi, in quell’azienda, aveva lavorato per anni. Ma poi ci sono le questioni di sostanza. In particolare la decisione di sottoscrivere l’accordo nonostante i sindacati non avessero ricevuto mandato unanime dai lavoratori. Nel dettaglio in quattro non avevano firmato, ma lo stesso l’accordo è stato raggiunto. Un accordo che i lavoratori adesso vogliono impugnare. Sì, perché non per tutti quello sottoscritto è il miglior accordo possibile. Di certo non lo è per chi adesso può contare solo sulla cassa integrazione, per periodi variabili, e con cifre diverse tra chi era part time e chi era invece un dipendente fisso. Molti adesso dovranno tirare avanti con meno di 500 euro al mese, sperando di trovare nel frattempo un lavoro, nonostante la crisi e nonostante l’età, per tanti di loro, non più giovanissima. Tra loro c’è chi è l’unico sostegno della famiglia, alcuni anche con pouù figli. Eppure c’è anche chi deve considerarsi fortunato di poter ricevere quelle poche centinaia di euro. Questo perché il meccanismo della cassa integrazione non è poi così perfetto, al punto che alcuni avrebbero preferito la messa in mobilità (ossia il licenziamento) piuttosto che quest’accordo.
I primi mesi di cassa integrazione dovrebbero essere pagati dall’azienda, situazione economica permettento, altrimenti – e i lavoratori temono che sia questo il caso – i primi sei messi dovranno essere finanziati con il Tfr (la liquidazione) degli stessi lavoratori. «Peccato però – spiegano gli stessi lavoratori – che nel caso di chi, per problemi propri, è stato costretto a fare una cessione del quinto sullo stipendio il Tfr non può essere toccato». Così, se per tutti quelli rimasti a casa sarà un triste Natale, per alcuni sarà addirittura gelido. Con una famiglia da mantenere, e senza un euro.
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