Il Tirreno

Il capocannoniere Mario Menconi «Gruppo e pubblico ecco il mix vincente»

Aldo Antola
Il capocannoniere Mario Menconi «Gruppo e pubblico ecco il mix vincente»

L’attaccante finì la stagione della promozione con 14 reti «Con i vecchi compagni ci sentiamo ancora»

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Massa

Mario Menconi, classe 48’, uno degli artefici della favolosa promozione della Massese in serie B nel campionato 1969/70, era una grande promessa del calcio ma per i soliti motivi che intrecciano gli interessi dietro le scrivanie il sogno durò poco, e dopo il 1973 aveva già chiuso col calcio. Ma le qualità dell’uomo non sono svanite, sono solo state dirottate ed alla fine fece una buona carriera lavorativa in altro ambiente, l’informatica alla Ibm a Milano dove è stato fino alla pensione. Anche con lui proviamo a ripercorrere alcuni ricordi della promozione. «Sì è stata una stagione bellissima e incredibile - iniziano i ricordi di Menconi, capocannoniere con 14 reti - con una truppa di giovanotti provenienti dalle categorie inferiori e galvanizzati del passaggio nei professionisti uniti ad un gruppo di esperti motivati. Uniti a questo un pubblico entusiasta anche per il campionato della stagione precedente che aveva visto la squadra sfiorare la B. Una miscela che alla fine è risultata esplosiva. Basti pensare che era una squadra prettamente votata all’attacco e che ha terminato con 55 reti segnate in 38 partite! Abbiamo anche subìto un po’ troppo ma questo faceva parte del gioco, se volevamo vincere».

Infatti la squadra segnava molto di più di quello che subiva ed il risultato alla fine era spettacolo garantito e punti. Tale da superare squadre blasonate come Spal, Sambenedettese, Ascoli, Empoli, Lucchese, Spezia & C. Una squadra che oggi potremmo dire giocare col 4-2-4 (infatti in attacco aveva Colombo, Menconi, Fichera e Albanese addirittura sorretti sulle fasce da due difensori che spingevano e segnavano come Palu e Galassin sacrificando il centrocampo con gli instancabili Ciruel e Nenci aiutati da Colombo) o 4-3-3 a seconda del punto di vista. «Ma poi era molto bello l’ambiente che si era creato fra noi giocatori – sottolinea Menconi – stavamo spesso insieme anche fuori, io vivevo in un appartamento con altri a Marina di Massa. Con Fichera ed Albanese per esempio e poi passavamo molto tempo al Bar dal Baffo sempre attorniati dagli sportivi». Avevamo già intravisto le potenzialità nel ritiro estivo di Castelnuovo, dove la Massese da anni andava a preparare la stagione seguitissima anche qui dai tifosi, e ci impressionarono subito le qualità dei nuovi, quelle di Fichera, Albanese e naturalmente di Menconi con l’immissione nel vecchio gruppo di tanta velocità ed entusiasmo. «E’ vero infatti io venivo dal Castelnuovo in promozione, Fichera dal Paternò e Albanese dal Siderno e dietro a noi elementi che già avevano fatto categorie superiori come Colombo e Ciruel. Anche la panchina aveva fatto il cambio fra Pinardi e Cesare Meucci».

Coi vecchi compagni vi rivedete?

«Ci sentiamo spesso ed eravamo già contenti di questa rimpatriata, di rivederci per festeggiare il Cinquantesimo ma abbiamo dovuto rinviare. Peccato per la retrocessione dell’anno seguente e il ritorno in C. L’ambiente era rimasto splendido ma forse furono commessi errori di esperienza. Forse serviva rinforzare pochi punti ma con elementi sicuri, di garanzia. Anche perché poi dimostrammo che in tante gare non eravamo inferiori a nessuno. Perdemmo tantissime partite col minimo scarto, 1-0 (infatti 43 reti subite in 38 partite) per esempio e sarebbe bastato solo qualche elemento di valore in più per rovesciare simili risultati. E poi ha contribuito il cambio del tecnico con l’arrivo di Viviani. Con Meucci in C eravamo abituati a giocare in un’altra maniera, segnavamo tante reti, bastavano, come detto, pochi rinforzi ma buoni. Poi tornò Pinardi, ci fu il miglioramento ma ormai era difficile riprendersi. Comunque eravamo una bella squadra, un bel gruppo, peccato».

Qualche aneddoto del campionato della promozione?

«Ce ne sarebbero tantissimi – riprende Menconi – ma uno devo riferirlo. Eravamo in ritiro per la partita di Olbia, dopo cena eravamo a fare la solita passeggiatina quando abbiamo visto il massaggiatore Tommasi fare uno scatto da centometrista, ci siamo guardati sorpresi e preoccupati, e quando si è fermato gli abbiamo chiesto cosa era successo: aveva visto in lontananza un gatto nero che stava per attraversare la strada e lo volle anticipare! Non ce la facevamo più dalle risate! Vincemmo 1-0».

E invece cosa ricorda in B delle famose sconfitte iniziali in casa con Pisa e Arezzo?

«Col Pisa ci fu una grande ingiustizia con l’arbitro Gonella (che diresse poi la finale mondiale Argentina- Olanda) che assegnò ai nerazzurri un rigore nato da un clamoroso fuorigioco e che causò poi disordini pagati a caro prezzo dalla Massese con la squalifica del campo per due gare, con l’Arezzo il pareggio ci fu negato dall’arbitro che non convalidò la rete su punizione (forse di Galassin o Palu) dicendoci che aveva fischiato la fine del primo tempo subito dopo il tiro ma prima che entrasse in rete! Altri tempi! Infine per ricordare gli sviluppi della sua breve carriera il bomber (14 reti contro le 13 di Fichera, fra loro una divertente gara a chi segnava di più) ci confessa: “... a 16 anni ero nella San Marco, mi acquistò il Savona in B per la Berretti e ci allenavamo anche con la prima squadra dove giocavano Furino e Prati, poi la squadra retrocesse, ci furono problemi e tornai a casa dove mi acquistò il Castelnuovo in Promozione (per 2 milioni) dove mi misi in mostra. Da lì l’intuito di Vieri & C, passai per 8 milioni alla Massese nel 68/69; l’anno dopo mi cedette alla Roma per 100 milioni e mi lasciò in prestito alla Massese. Poi la Roma mi prestò al Verona ed ebbi un infortunio che compromise la stagione ed in quella successiva andai in prestito al Rimini allenato da Pivatelli. Ma evidentemente non ero nelle sue grazie, mi faceva giocare solo in trasferta, ero demoralizzato, volevo smettere. Comunque il Rimini poi mi acquistò dalla comproprietà col Verona ma ormai avevo deciso di smettere. Tornai a studiare all’università (legge) e smisi quando mi mancavano pochi esami perché all’Ibm in espansione mi assunsero e non volevo perdere nemmeno questo treno».Aldo Antola



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