Buona prova a Scandicci, ma gli errori costano caro
Alla Massese è stata fatale una disattenzione del portiere Barsottini Ma mister Battistini ha già cominciato a far vedere la sua mano. E Aliboni c’è
MASSA. È stata un’udienza seguita in religioso silenzio da parte di tutte le persone che erano in aula - giudici, avvocati e semplici spettatori - quella del processo sull’alluvione di Aulla del 25 ottobre del 2011 che si è tenuta ieri mattina. Il primo testimone era uno dei responsabili della diga di Teglia, quella che all’inizio secondo la gente era stata la causa di quella bomba d’acqua che aveva devastato negozi, case e cose. E che si era portata via la vita di due persone: Enrica Pavoletti, 78 anni, trascinata con la sua auto dalla piena del fiume Magra in un parcheggio di via Resistenza, e Claudio Pozzi, 60 anni, annegato all’interno del suo garage fra viale Lunigiana e via Resistenza.
La diga secondo gli inquirenti non ha causato il disastro di Aulla. I rilievi effettuati dai consulenti hanno detto che l’invaso non c’entra nulla. E il pubblico ministero Marco Rappelli ha chiesto cosa è successo alla diga quel 25 ottobre del 2011. Anzi, ha cominciato dalla sera prima, quando al gestore dell’impianto - la Edison - era arrivato l’avviso di alerta meteo per il giorno successivo: «Era un’allerta che parlava di precipitazioni importanti - ha detto Vitali -, ma non le quantificata. Noi avevamo l’invaso pieno a metà (2,5 milioni di metri cubi), eravamo piuttosto tranquilli perché in trenta anni di gestione non si era mai avuto innalzamenti del livello maggiori di 1,5 milioni. Insomma nella peggiore delle ipotesi ci si sarebbe fermati a quattro milioni».
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