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«L'allenatore migliore che io abbia mai avuto è mio padre Domenico»
Aldo Antola
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LA formazione del Ricortola del 1984, dove giocava il giovane Ferrari 4 MINUTI DI LETTURA
MASSA. «Il miglior allenatore che ho avuto per insegnarmi a colpire di sinistro spesso mi faceva allenare senza scarpe. E ho imparato molto. Era mio padre». Inizia cosi a raccontarsi Pierluigi Ferrari, una vita per il calcio. Questa volta la storia parla di un ragazzo grandissimo appassionato di calcio, non ha fatto una carriera da professionista come altri però ha degnamente onorato lo sport dilettantistico. Oltre 22 anni di calcio, 529 partite fra serie D e seconda categoria, 149 le reti realizzate. È Pierluigi Ferrari classe 1957 e un inizio diverso rispetto ad altri. Non comincia sulla solita piazza o sulle strade di paese ma seguendo il padre, Domenico Ferrari conosciuto e stimatissimo allenatore di categoria, nei vari campetti della zona e seguendo i ragazzini più grandi si innamora del calcio, ed impara presto. Sempre dietro al genitore inizia con la scuola calcio dell'Olimpia (il famoso Nag, nucleo addestramento giovani), poi alla Castagnolese con i primi campionati (69-70). Sempre sulle orme del genitore passa alla Litoranea Ronchi e infine al Marina di Massa. Solita trafila giovanissimi ed esordio con i grandi nel 1974. Si mette in luce e viene acquistato dalla squadra che sarà il fulcro della sua vita da calciatore: il Camaiore con il quale dividerà circa dieci anni di vita. Ma è ancora giovanissimo e coi rossoblu è conteso tra la Berretti e la prima squadra. È un attaccante di razza, una seconda punta, costruisce ma finalizza anche. Dopo Camaiore ancora un anno in Promozione (non c'era l'Eccellenza) con il Fucecchio dove contribuisce a vincere il campionato, poi comincia l'idea di avvicinarsi a casa. Lo chiama il professor Benito Mannoni al Monzone (sempre Promozione). Primo anno strepitoso con 28 presenze e 9 reti, nel secondo una malattia piuttosto seria gli impedisce di continuare. Dopo due anni, completamente guarito, torna a giocare e disputa altri quattro campionati con il Ricortola e due con la Tirrenia. Poi come tutti scarpette al "chiodo" e cambio con scarpette da calcetto e tornei, in tranquillità per mantenere i contatti con il pallone e gli amici. E anche qui vince, il famoso torneo notturno di Marina di Carrara con la squadra del Bar Mussi. Ma bisogna dire che non ha avuto molta fortuna nel momento importante. È lui stesso davanti ad una tazzina di caffè al bar Mascaret a raccontare l'episodio. «Era il 1980 e Mannoni chiamato alla Carrarese mi contattò subito, trovammo l'accordo e via con il ritiro estivo dove mi misi subito in luce nelle amichevoli (anche con squadre di serie A come Avellino, con Tacconi in porta, e Sampdoria) e sembrava arrivato il mio momento. Poi all'improvviso ingaggiarono Orrico, si portò dietro diversi attaccanti (Bressani e Nerio Ulivieri) mi mancò lo spazio ed andai via, a Fucecchio in Promozione». Come detto Pierluigi ha avuto un allenatore particolare. «Mio padre mi ha portato dietro fin alle squadre dilettantistiche, da lui ho imparato tutto ed ero sempre in prima fila nel lavoro, dovevo dare l'esempio. Era molto severo, un vero sergente di ferro - lo abbiamo constatato personalmente al tempo del Due Galli - però da lui si apprendeva molto, i risultati erano sicuri e le sue squadre erano preparate per avere l'autonomia oltre il novantesimo. Aveva anche modi di insegnare personalissimi. Per insegnarmi a calciare col sinistro spesso mi faceva togliere le scarpette. Poi mi diceva che avevo buona tecnica ma che dovevo sfruttarla meglio, dovevo avere più cattiveria (agonistica)». «Un altro grande allenatore l'ho avuto a Camaiore, era Gori il grande terzino della Juventus». In tanti anni di calcio anche gli episodi curiosi e gli aneddoti sono stati numerosi. «Una volta venni sostituito negli ultimi cinque minuti - continua a raccontare Pierluigi - ormai il risultato era sicuro, vincevamo 2-0, non feci in tempo ad arrivare agli spogliatoi che perdevamo 4-2. Ero arrabbiatissimo e spaccai con un colpo la porta degli spogliatoi (a Castiglion della Pescaia). Ma più rocambolesche erano certe trasferte o anche gare casalinghe (a Camaiore per me erano come trasferte) nel periodo dell'auterità. L'anno con tutti i mezzi bloccati per andare a giocare a Stiava alle ore 10 partimmo alle 6 del mattino, treno fino a Capezzano poi due autobus, ritornammo a casa nel tardo pomeriggio. Un'Odissea. Un'altra volta circolavano mezzi con le targhe alterne, avevamo una sola macchina e con il proprietario che usciva dal lavoro alle 14. Arrivammo a giocare in ritardo dopo molti viaggi. Poi ancora - prosegue il racconto da libro Cuore Pierluigi - una trasferta iniziato in due su un ciclomotore Ciao che per giunta si bucò a metà strada (avevamo anche borse e borsoni), arrivammo a giocare in tempo grazie all'aiuto di un meccanico di emergenza che abitava in quella zona».
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