Il Tirreno

Il caso choc

Carrara, gioielliere picchiato e rapinato: “dentro” a quell’inferno durato cinque minuti. L’irruzione, l’aggressione e la scelta

di Giovanna Mezzana

	I carabinieri sul posto e l'uomo dopo l'aggressione
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I carabinieri sul posto e l'uomo dopo l'aggressione

Primi dettagli dal racconto della vittima: sarebbero italiani. L’incursione ha alcuni aspetti insoliti, non ci sono testimoni, si cercano telecamere di privati

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CARRARA. La comparsa. L’irruzione e l’aggressione. La razzia. E la fuga. Tutto in cinque minuti. Ora si sa quanto è durato l’inferno vissuto da Giovanni Buoncristiani, il gioielliere picchiato e derubato sabato 10 ottobre intorno alle 19 nel suo negozio di via Covetta: siamo in un complesso che ospita attività commerciali al piano terra e appartamenti ai piani superiori. Dalla sua testimonianza e dai filmati delle telecamere al vaglio dei carabinieri, prendono forma dettagli sulla base dei quali ricostruire la dinamica della rapina.

Le indagini sono partite subito ma una pista privilegiata non c’è. Stanno facendo accertamenti i militari dell’Arma: si scandaglia ciò che hanno catturato gli occhi elettronici installati dall’Amministrazione comunale perché non sarebbero state trovate telecamere di privati posizionate utilmente. Si cercano testimoni ma nessuno avrebbe visto nulla. Ci sono però già tasselli che possono – devono – trovare il loro posto. Primo fra tutti: i rapinatori erano italiani.

La ricostruzione

Colpisce un particolare nell’incursione (per certi aspetti) insolita di via Covetta: il primo dei malviventi che entra in gioielleria si presenta alla porta camuffato con una maschera da anziana signora. Trovano conferma dettagli emersi a caldo: i rapinatori erano tre. Il primo guadagna l’ingresso e, senza tentennamenti, prende a colpi di piede di porco il gioielliere. Il secondo si occupa di sfondare le vetrine e di fare piazza pulita.

Il terzo presidia l’uscio e controlla se dall’esterno giunga qualcuno: poliziotti, carabinieri, finanzieri; potrebbero essere scattati allarmi, qualcuno potrebbe averli notati. Fuori c’è un quarto uomo, che aspetta in auto e che gestirà la fuga.

La scelta

C’è da capire come e perché i rapinatori abbiano optato per la gioielleria Buoncristiani. L’ipotesi è che il commando abbia pianificato il colpo sulla base di un sopralluogo solo esterno: nei giorni precedenti il gioielliere avrebbe servito soltanto clienti abituali e non avrebbe ricevuto visite sospette.

La via di fuga agevole potrebbe aver giocato un ruolo decisivo nella scelta dell’obiettivo: schiacciando l’acceleratore, da lì al casello autostradale si impiegano tre minuti; via Covetta è poi una strada a quattro corsie per due sensi di marcia, si possono fare sorpassi in caso di inseguimento.

Le difficoltà

Non è un’indagine facile. Buoncristiani è stato aggredito immediatamente, non ha avuto il tempo di cogliere dettagli che avrebbero potuto essere utili alle indagini; non ci sarebbero però dubbi sul fatto che si tratti di una banda di italiani.

E non trovano conferma la mormorate similitudini con altri colpi: con quello della boutique orafa Gioielli di Valenza, ospitata nella galleria del centro commerciale MareMonti (Carrefour) di Massa, che avrebbe fruttato un bottino assai più ricco; anche in questo caso come alla Covetta, chi ha agito ha impiegato una manciata di minuti per portare a termine l’operazione, ma ha atteso che il negozio fosse chiuso, non ha messo in conto un corpo-a-corpo con la vittima; nulla avrebbe a che vedere il raid alla Covetta anche con due razzie che si sono verificate di recente, la notte, in due gioiellerie, una a Empoli e una a Pontedera.

Piuttosto, i carabinieri sono in contatto con i comandi dell’Arma delle province limitrofe, La Spezia e Lucca, in primis, per verificare eventuali episodi in cui il modus operandi sia quello di un’aggressione brutale al commerciante. 

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