Il Tirreno

La storia

Cieco, conquista la vetta della Piramide Vincent: «Ho visto tutto, grazie agli amici che mi guidano»

di Riccardo Sordi

	Pierpaolo Ribolla (al centro) con Armando Mastroviti (a sinistra) e Alessandro Bertolini
Pierpaolo Ribolla (al centro) con Armando Mastroviti (a sinistra) e Alessandro Bertolini

L’impresa del 51enne fisioterapista all’ospedale di Pontremoli non è una sfida alla disabilità: è la dimostrazione che fidandosi degli altri si possono fare cose che sembrano impossibili

4 MINUTI DI LETTURA





PONTREMOLI. «È stata un’emozione grandissima». Dalle parole, quasi spezzate dall’intensità del ricordo, si capisce tutta la commozione di Pierpaolo Ribolla: 51 anni, fisioterapista all’ospedale di Pontremoli, ha perso la vista durante l’adolescenza ma questo non gli ha impedito di vivere un’esperienza in cui la vista potrebbe essere considerata “indispensabile”.

La meta

Di recente, insieme a un gruppo di amici e con accompagnatori, ha compiuto un’impresa straordinaria: ha raggiunto la vetta della Piramide Vincent, a 4. 215 metri di quota nel massiccio del Monte Rosa. Ecco, quanto fatto dal fisioterapista rovescia il concetto del vivere la montagna come esperienza puramente visiva: cioè l’altezza della cresta, il bagliore accecante del ghiacciaio, il vuoto che si spalanca sotto i piedi. Dimostra, piuttosto, come ci sia una geografia “da cogliere”, fatta di consistenze, di suoni, di vento sulla pelle e di micro-vibrazioni che risalgono attraverso il manico di una piccozza. Attenzione. Sarebbe sbagliato ridurre questa storia a una semplice “vittoria sulla disabilità”: significherebbe non capirne la vera portata.

Che cos’è

L’impresa di Ribolla non è una sfida contro la natura o contro il proprio destino; è un trattato sulla fiducia assoluta e sulla voglia di condividere un’esperienza. Sul ghiacciaio, Pierpaolo non è salito da solo. Era legato a un filo teso tra lui e gli amici di sempre, Armando Mastroviti e Alessandro Bertolini, che lo accompagnano in numerosi impegni sportivi tra corsa e trekking, e contano anche sul supporto delle guide del Cai di Massa e degli uomini del Soccorso Alpino della guardia di Finanza. Progredire nel buio assoluto su pendenze severe significa azzerare l’individualismo, posare il rampone dove l’ha posato chi è davanti a te, fidandosi che quel ghiaccio terrà. Significa percepire il pericolo dal tono allarmato del tuo compagno di scalata, che ti avverte di un crepaccio a poco distanza.

Ìl percorso

L’impresa si è snodata in una giornata: partenza da Pontremoli alle 2,30 di notte, e una lunga deviazione a causa della chiusura dell’Autostrada di Genova. «Ho dormito un’ora prima di metterci in viaggio – racconta Pierpaolo – Ero emozionatissimo perché desideravo tanto portare a termine questa impresa. Di solito mi pongo molti interrogativi sulla possibilità di gettarmi in queste avventure, questa volta no, mi ero convinto appena me l’hanno proposta».

Tante scommesse

Non c’era solo la sfida con le pendenze della montagna, c’era da affrontare anche una lotta contro il tempo: bisognava prendere l’ultima funivia dell’impianto di risalita e discesa attorno alle 17. «Siamo riusciti a gestire bene il tempo. Ci ponevamo piccoli obiettivi lungo la scalata, senza farci prendere dall’ansia. I traguardi intermedi ci davano la forza di andare avanti, fino ad arrivare a 4. 000 metri di altitudine e poi fino alla vetta del monte».

La magìa

Quando la cordata è arrivata in cima, sotto un cielo pulito che apriva l’orizzonte su tutte le Alpi, si è compiuto il paradosso perfetto. Pierpaolo quella vista non poteva vederla. Ma la percepiva attraverso il silenzio della quota, la fatica dei polmoni, l’euforia nei respiri dei suoi compagni. L’unico motivo di timore è stato legato ad alcuni piccoli problemi tecnici: «Per tre volte mi si sono sfilati i ramponi. Piccoli incidenti che abbiamo superato in fretta e che non hanno inciso sulla tempistica».

La mia lezione

E così attorno alle 22 del giorno della scalata, i tre amici si trovavano di fronte al casello autostradale di Pontremoli, vicini alle loro case e pronti a raccontare a amici e parenti la fantastica avventura. Che non è un episodio singolo, chi conosce Pierpaolo sa che la Piramide Vincent non è un unicum. C’era stata la Maratona di New York nel 2004, e prima ancora anni di corsa, bicicletta, movimento. Lo sport, per lui, non è mai stato un passatempo, ma una zattera di salvataggio per non farsi inghiottire dall’isolamento. La lezione che porta la scalata di Pierpaolo va ben oltre l’alpinismo. Ci dice che i limiti – fisici, mentali, sociali – non sono muri contro cui infrangersi, ma linee di confine che aspettano solo che qualcuno trovi il coraggio di attraversarle. E che spesso, per vedere davvero dove stiamo andando, non ci servono gli occhi, ma amici a cui affidarsi, che ci indicano la strada.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Clima impazzito

Meteo in Toscana, il ruggito più forte del caldo prima della “rottura” – Rinfrescata e temporali: la previsione

di Tommaso Silvi