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Massa, Buca degli Sforza: dopo 27 anni affidata la bonifica “urgente” – La Fossa dei veleni, dove l’erba non cresce più
La vecchia zona umida a Poveromo era stata inserita nel 1998 nelle aree su cui intervenire «a breve termine»
MASSA. Il Comune di Massa ha ufficialmente affidato i lavori per la bonifica della Buca degli Sforza, una vecchia zona umida a Poveromo dove da cinquant’anni, dopo lo scarico di materiali inquinanti, non cresce più l’erba e che, non a caso, è stata rinominata la Fossa dei veleni. Il tutto grazie a un finanziamento di oltre 11 milioni di euro provenienti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e dall’Unione Europea – Next Generation EU.
Bonifica urgente dal 1998
Ci sono voluti quasi 30 anni. Era infatti il 1998 quando la zona venne inserite nelle aree da bonificare «a breve termine». La determina del 28 ottobre firmata dalla dirigente del settore Ambiente Valentina Gentili, sancisce l’aggiudicazione dei lavori al raggruppamento temporaneo di impresa costituito da Serveco srl, capogruppo, e Fedele di Donato srl, mandante. Il progetto, dichiarato di pubblica utilità e di urgenza dalla Regione Toscana, prevede la rimozione dei rifiuti che contaminano i terreni e le falde acquifere immediatamente sottostanti. E non si tratta solo di inquinamento. C’è in ballo anche la sicurezza idrogeologica.
Marmettola e rifiuti speciali
Tutto parte all’inizio degli anni ’70, anni in cui laghi, parchi e fiumi venivano ancora utilizzati frequentemente come discariche naturali di scarti industriali. Stessa sorte toccò alla Buca degli Sforza che venne riempita di marmettola e rifiuti speciali quando era proprietà della Dolomite Montignoso spa, fino al 1995, quando il terreno venne ceduto alla Dolomite Italiana spa di Gardone Val Trompia. Nel 1996 partì l’esposto alla magistratura da parte di Italia Nostra che aveva notato un inaridimento della zona sospettando quindi il rischio di inquinamento ma anche di dissesto idrogeologico. Quella zona infatti era una cassa di espansione naturale del Canalmagro-Fescione che quindi, non potendo più essere contenuto nella fossa, rischiava di esondare. Cosa che effettivamente accadde: la Buca degli Sforza è diventata una zona completamente arida, come cementificata, e non poteva più assolvere alla sua funzione di cassa di espansione del canale che inevitabilmente, in caso di piogge abbondanti, rischia di esondare.
Contaminazione e solleciti
Dopo la denuncia dell’associazione ambientalista partirono le analisi ambientali. Le prime furono fatte, volontariamente, da Cooperativa Ambiente, che evidenziò la contaminazione di idrocarburi policiclici aromatici, alifatici e metalli quali cadmio, rame, arsenico e mercuri. Analisi ripetute da Arpat e i cui risultati vennero confermati. Dalla stessa Regione, nel maggio del 1998, arrivarono solleciti alla bonifica ma nel frattempo, in Procura, si archiviò il caso aperto con l’esposto di Italia Nostra. Il Comune nel 2000 emise un’ordinanza nei confronti dei proprietari di obbligo di bonifica dei terreni, ordinanza tuttavia contestata dai proprietari stessi con ricorso al Tar accolto. I proprietari infatti sostenevano di non doversi accollare le spese della bonifica dal momento che non erano stati loro a scaricare i rifiuti. Contestualmente la Dolomite Spa, ex proprietaria, sosteneva di aver riempito la buca forte dei prescritti permessi dell’ente locale. Tant’è che fece ricorso al Tar e lo vinse. Tutta la documentazione sulla buca venne quindi inviata al Ministero dell’Ambiente nel 2001 e l’anno seguente venne presentato il piano di caratterizzazione approvato nel 2003. Ma di progetti di bonifiche nemmeno l’ombra. Nel 2009, dopo numerosi solleciti da parte di Italia Nostra e Wwf, il Comune dà nuovamente incarico a Cooperativa ambiente di portare avanti indagini ambientali sia sui terreni sia sulla falda, confermando la contaminazione da idrocarburi e metalli di entrambi, anche se confinato solo alla zona. Un nuovo piano di caratterizzazione definì poi le modalità di intervento e relativi costi. Siamo nel 2013, anno in cui l’area passò da essere Sin (Sito di interesse nazionale) a Sir (Sito di interesse regionale). Bisognerà aspettare altri 12 anni per il via libera alla bonifica. La Regione nei giorni scorsi, intanto, ha concluso le indagini per verificare eventuali responsabilità.
«Un grande recupero naturalistico»
Bruno Giampaoli, presidente di Italia Nostra, sottolinea che «non c’è stata finora una pubblica presentazione di un progetto tanto importante». Giampaoli fa notare che «non si tratta solo di una bonifica, cioè della asportazione di materiali pericolosi che andranno in qualche discarica, ma di un grande recupero idraulico e naturalistico». In particolare, dice, «per quanto riguarda il rischio idraulico si dovrà prevedere da parte del Genio Civile una rivisitazione dei progetti relativi al territorio tra Canalmagro e Versilia in quanto l’utilizzo del nuovo volume di laminazione rende inutile oltre che improponibile il vecchissimo progetto, peraltro abortito, di una nuova foce del Canalmagro. Si renderà necessario invece intervenire sulle tombature inadeguate o abusive ancora presenti Montignoso e rendere operativi gli sfiori già predisposti per l’attacco di idrovore mobili sul lungomare».
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