Il Tirreno

La sentenza

Massa, molesta la paziente durante la visita: medico condannato a risarcirla

di Pietro Barghigiani

	La Corte d'Appello di Genova
La Corte d'Appello di Genova

La Corte di Appello fissa in 33mila euro la somma per l’abuso sessuale subito

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LUNIGIANA. Lei era andata alla visita per scongiurare l’incubo di avere un tumore. In ambulatorio, lui era andato oltre con frasi e gesti, tant’è che la donna decise di querelare il medico. A distanza di anni, due gradi di giudizio hanno confermato che quel dottore ha causato danni morali, biologici e dinamico-relazionali alla vittima delle sue attenzioni moleste. Il tempo non ha rimarginato quelle ferite che nel tempo sono rimaste nell’anima di chi si è sentita abusata.

La sofferenza è stata tradotta in 33mila euro di risarcimento danni (5mila già versati al momento della condanna in primo grado come provvisionale) a cui vanno aggiunti oltre 7mila euro di spese legali. Soldi che un medico 60enne della Spezia dovrà versare alla paziente che nel luglio 2013 divenne sua visita in occasione di una visita senologica nei locali di un’associazione lunigianese. Lo ha deciso la Corte d’Appello di Genova che ha respinto il ricorso del sanitario confermando la sentenza del Tribunale civile di Massa.

La paziente, all’epoca trentenne, era lì per sincerarsi di non avere un tumore al seno. Il medico – sentenza passata in giudicato – durante la visita avrebbe accantonato l’aspetto professionale per coltivare quello del molestatore. Contesto, frasi e comportamenti hanno avuto due passaggi in aula. In primo grado era stato condannato a 4 anni per violenza sessuale, pena ridotta a 3 anni e 2 mesi in appello per il riconoscimento dell’attenuante del fatto di minore gravità. I fatti restano quelli, sempre negati dal camice bianco nei procedimenti civili e penali.

«Nel corso della visita, egli (il medico, ndr) teneva una condotta deplorevole proferendo espressioni inappropriate», parliamo di una tipologia di visita molto coinvolgente per una donna, «e approfittando della fiducia riposta in ragione del suo ruolo, nonché abusando del proprio ruolo, leccava improvvisamente la paziente – si legge nella sentenza – In evidente stato di shock, la donna informava dell’accaduto dapprima il fidanzato e successivamente i propri genitori. Riferiva inoltre che, a seguito dell’aggressione sessuale subita, sviluppava una sindrome ansioso-depressiva, con riflessi negativi sulle relazioni sociali e sulla sfera sessuale».

E proprio gli effetti di quell’episodio traumatico sono stati al centro del procedimento civile che ha certificato i danni subìti dalla paziente e il suo diritto a essere risarcita dall’autore della violenza. Un calcolo non facile, ma con il ricorso alle perizie e le percentuali di danni accertati alla fine si è arrivati a una somma composta dal danno biologico temporaneo e permanente, riconosciuto in virtù dell’intensità sintomatologica, morale e dinamico relazionale «poiché la difficoltà della parte attrice ad intrattenere rapporti sessuali con il proprio partner poteva considerarsi una conseguenza dannosa anomala ed eccezionale derivante dell’abuso sessuale subito».

La Corte d’Appello «osserva che alla signora è derivata dalla violenza patita una patologia psichica, con conseguenze sulla vita relazionale (disturbi di origine psicosomatica, ansia, difficoltà di concentrazione)». E ancora: «Ritiene la Corte che effettivamente la difficoltà della signora ad avere rapporti col fidanzato non sia una conseguenza normale della patologia psichica derivatale dall’illecito, ma sia piuttosto un riflesso dell’abuso sessuale subito, che, come tale, giustifica l’aumento per la personalizzazione del danno, del resto riconosciuto soltanto nella misura del 10% tenuto conto che il disturbo si è risolto dopo alcuni mesi».l



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