Il Tirreno

Il caso

Carrara, lite giudiziaria tra l’avvocato Lalli e la Cgil: il giudice alla fine dà ragione al sindacato

di Giovanna Mezzana

	L'esterno della Camera del Lavoro (foto di archivio)
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L'esterno della Camera del Lavoro (foto di archivio)

Il principe del foro deve rifondere alla Camera del Lavoro 23mila euro: farà appello

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CARRARA. L’avvocato Claudio Lalli, il più noto professionista carrarese, il giuslavorista per antonomasia che dalle aule del Tribunale di Massa ha fatto valere i diritti dei lavoratori apuani oppressi fin dagli Anni Ottanta dal naufragio del Polo chimico e negli anni immediatamente successivi da una re-industrializzazione in molti casi fallace, avvocato-unico per lungo tempo della Cgil di Massa-Carrara – l’apice, in molti lo ricorderanno, tra gli anni Novanta e il Duemila e oltre – dovrà rifondere proprio alla Camera del Lavoro 22.457 euro di spese di giudizio per una sentenza emessa il 15 luglio dal giudice monocratico del Tribunale di Massa Ilario Ottobrino, a lui avversa e che dà ragione invece al sindacato.

La vicenda

La cifra è davvero poca cosa ma il giudizio chiude così – ma solo per ora – una vicenda lunga e ingarbugliata che aveva per altro preso forma, almeno in termini di carte bollate, quando già era reciso il cordone ombelicale tra il cosmo cigiellino e il principe del foto-paladino, per una vita, della classe operaia apuana e non solo apuana: basti pensare al successo strabordante e con riverberi di status nazionale delle cause vinte dal giuslavorista contro Poste Italiane. Lalli è stato legale di fiducia della Cgil dagli Anni’80 fino alla revoca della convenzione che intervenne nel 2011 per questioni diverse rispetto a quelle della sentenza di lunedì, a cui si era aggiunto l’imbarazzo della Cgil per l’accusa di evasione fiscale da cui l’avvocato aveva dovuto difendersi.

La scrittura

In questo caso tutto ruota intorno a 250 milioni di vecchie lire. È datata gennaio 2000 – secondo quanto si legge nei “motivi in fatto” della sentenza del 15 luglio – una scrittura firmata dall’allora segretario generale della Camera del Lavoro Luciano Bertoneri, con cui, in nome e per conto della Cgil, si impegna a restituire all’avvocato Lalli in un’unica soluzione, e entro la fine del 2016, 250 milioni di lire, oltre alla corresponsione dell’interesse annuo pari al 9%. Che cosa sono questi soldi? È la cifra che l’avvocato Lalli avrebbe erogato a favore della Cgil e a titolo di prestito per la realizzazione della nuova sede di Cgil, viale XX Settembre, che avrebbe dovuto prevedere anche una sala dedicata a Ezio Lalli, il padre dell’avvocato.

Niente restituzione

Bertoneri resta nella carica di segretario responsabile della Cgil di Massa-Carrara fino al 21 marzo 2000. La Cgil quindi disconosce quella scrittura e non restituisce la cifra a Lalli.

Il decreto ingiuntivo

Il 12 agosto 2020 l’avvocato Lalli chiede e ottiene dal Tribunale di Massa un decreto ingiuntivo, notificato il 1° settembre, di 367mila euro sostenendo che quella erogazione a favore della Cgil c’era stata. La Cgil, dunque, nella figura dell’allora segretario generale Pier Paolo Gozzani, chiede al Tribunale di Massa la revoca di quel decreto e di dichiarare non dovuta la somma portata nella scrittura privata datata gennaio 2000 sulla base della quale è stato emesso il decreto ingiuntivo, «in quanto infondata in fatto e in diritto».

La decisione

Il 15 luglio è arrivata la sentenza: la Cgil non deve restituire nulla all’avvocato Lalli che invece deve rifondere alla Camera del Lavoro 22.457 euro di spese di giudizio. Tre erano le ipotesi in campo, per altro tutte accolte dal giudice. Primo, «la Cgil ha fornito – secondo il giudice – la prova della falsità del contenuto della scrittura», che sarebbe stata «confezionata in un periodo posteriore rispetto alla data apposta», anche sulla base della testimonianza di un ex collaboratore dell’avvocato ritenuto attendibile dal giudice. La seconda ipotesi accolta è quella che non getta alcuna ombra sull’operato di Bertoneri ma che dà valore nullo a quella scrittura in quanto non vi era stata «alcuna statuizione collegiale che avesse autorizzato Bertoneri – si legge nei motivi di fatto che accompagnano la sentenza – alla stipula del mutuo o al riconoscimento di debito a favore di Lalli né a contrarre l’impegno unilaterale a saldare il debito entro il 2016».

Terza ipotesi accolta, la “carta”, è “vera” ma qui il giudice richiama la giurisprudenza dei contratti di mutuo: non essendo stato pattuito un termine per la restituzione, la cifra avrebbe dovuto essere restituita subito, altrimenti il credito si è prescritto nel 2010, cioè a dieci anni dalla scrittura.

Il commento

«Ancora una volta il Sindacato ha l’occasione concreta, vissuta sulla propria pelle, di ribadire, come sempre ha fatto, che la fiducia nella Giustizia è sempre ben riposta – commenta il segretario generale della Cgil Nicola Del Vecchio – Ancora una volta la Giustizia ha fatto sì che non venissero impiegati in favore dell’interesse personale di alcune persone – che affermano strumentalmente di difendere i lavoratori – i soldi delle lavoratrici e dei lavoratori. Il Sindacato difende lavoratrici e lavoratori non cerca di sottrarre loro denaro». Il Tirreno ha contattato l’avvocato Lalli che al momento non rilascia commenti. Farà però appello, questo sì.

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