«Cari parrocchiani, siate felici». Il primo messaggio di don Piero
Il vescovo ha annunciato alcune novità. Riguardano i sacerdoti di Carrara centro
CARRARA. La notizia era nell’aria, ma ha comunque destato un pizzico di sorpresa l’annuncio del vescovo, monsignor Mario Vaccari, fatto il giorno di San Ceccardo – come promesso alla comunità religiosa il 5 aprile – sulla riorganizzazione del cosmo sacerdotale di Carrara: parliamo in particolare del passaggio di testimone tra lo storico parroco del duomo, don Raffaello Piagentini, con il giovane, ma molto apprezzato, don Piero Albanesi. E allora Il Tirreno ha pensato di intervistare il futuro parroco della comunità di Carrara centro, anche se – come ha detto monsignor Vaccari – don Piero «è figlio di questa città» e in molti già lo conoscono.
La sua è una nomina che giunge dopo un lungo servizio in varie zone del territorio, che è stato caratterizzato non solo dalle funzioni sacerdotali ma anche dalla promozione di attività sociali, comunitarie.
Cosa si ripropone di fare nel suo nuovo incarico?
«Qui deve rispondere il seminarista che è in me: il prete si occupa della vita, e pertanto si deve occupare di tutte quelle dimensioni che fanno parte dell’esperienza della persona; non si può parlare di un’esperienza di Dio senza che la persona sia pienamente realizzata e pienamente felice dove si trova a vivere, e nelle sue dimensioni più intime e personali. Spesso mi sono trovato a promuovere delle attività rivolte verso persone che si occupavano anche della custodia di un patrimonio boschivo, agricolo e rurale in realtà microeconomiche che sostengono il territorio, è questa è un’attenzione che io ho sempre avuto, e continuerò ad avere».
Carrara ospita anche altre comunità religiose, ci sono gli evangelici e i protestanti, ma anche gli ortodossi sono molto attivi. Ha dei progetti per quello che riguarda queste comunità di cristiani?
Sicuramente sì. In particolare, vorrei ricordare Iacopo Lombardini, che per me è sempre stato un testimone fondamentale, con la sua profonda scelta di non violenza, di cosa voglia dire vivere il Vangelo. Questa pluralità di confessioni religiose che nasce a Carrara, storicamente frutto delle famiglie che venivano qui per motivi di lavoro legati al marmo e si portavano dietro le loro tradizioni, comprese le confessioni. Oggi è una delle sfide che abbiamo, ma che deve fondarsi sull’accoglienza di fede e sul trovare reciprocamente un dono comune. Ci sono già in campo diverse iniziative e strumenti per sentirci su un’esperienza che unisce, che però non deve nascere da un protagonismo, ma “dal basso”: mi piacerebbe che si aprisse gli occhi e ci si rendesse conto che la sfida non è solo di fede, ma antropologica, perché ci sono delle persone che hanno un bisogno di sentirsi integrati in un contesto cittadino e nell’umanità di un posto. Abbiamo avuto diversi confronti con padre Armand Bratu, della parrocchia ortodossa rumena su questo tema, sia per la marcia della pace che per altri incontri».
I suoi parrocchiani in Bonascola la lasciano molto malvolentieri. Allo stesso modo molti parrocchiani di Carrara conservano e conserveranno un forte ricordo di Don Raffaello quale parroco di Sant’Andrea. Quali difficoltà e quali aspettative?
«Don Raffaello per me è un testimone, un amico, un maestro e un padre. Sono 17 anni che sono prete, e sono 17 anni che non manchiamo mai di sfidarci alla risalita del Sagro per celebrare messa l’ultima domenica di agosto. Condividiamo questa passione per le Apuane, per la natura che amiamo tremendamente tutte e due. E poi ci sono la sua immensa veracità e cultura… Sono tutti aspetti che lo rendono un uomo in cui compagnia io sto bene e con il quale mi sento di fare di integrazione, così come lui completa me. Attenzione però, con passaggi come quello che sta avvenendo, non si deve parlare di sostituzione, non si va a sostituire un prete in una città che ha i suoi bisogni e le sue risorse, ma si va a integrare. Per quello che riguarda la comunità parrocchiale di Bonascol. .. faccio un sospiro, perché vi ho lasciato delle amicizie molto sincere e radicate in anni di servizio, con rapporti che in alcuni casi sono quelli di una vera famiglia allargata, in un mondo di ruoli, incarichi e responsabilità che si fondono in quella cosa che si chiama comunità. Sono rasserenato dal fatto che don Leonardo è un uomo preparato, sensibile e con una bella e profonda spiritualità; questo mi da più sicurezza per il salto in avanti che mi appresto a fare».
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