Lunigiana, bus nella scarpata: «Il mezzo precipitava e io pensavo, questa storia non la racconterò»
Parla Giulia Petacchi, la figlia del sindaco di Zeri: diede l’allarme per prima
ZERI. Una telefonata di venti secondi. Alle 13 e 33 del 31 maggio scorso. Quella telefonata Giulia Petacchi non la dimenticherà mai. Aveva chiamato casa, come tutti i giorni, per dire alla mamma di buttare giù la pasta perché nel giro di dieci minuti sarebbe arrivata.
Quella telefonata è stata un susseguirsi di urla: «Aiuto, il bus sta precipitando».
È stata lei, Giulia a dare l’allarme- il padre, Cristian, sindaco di Zeri, si è precipitato sul posto. E il resto è stata la cronaca di una strage sfiorata di 16 feriti, fra cui la stessa Giulia che su quel bus che da Zeri porta a valle era salita come sempre per andare a scuola, al liceo scientifico di Villafranca.
Giulia per prima cosa come sta?
«Adesso meglio, devono togliermi i punti nella schiena e nella gamba: la ferita nella zona lombare mi ha fatto un po’tribolare, ma adesso va meglio. Sono stata ricoverata in ospedale una notte, poi ho potuto fare la convalescenza a casa».
Cosa ricorda dell’incidente del 31 maggio?
«Io ero seduta al mio solito posto, davanti, sulla sinistra. Ricordo che il bus andava molto lento, questo mi è rimasto imptesso tanto che io e un altro signore ci siamo alzati per controllare se tutto andasse bene: in quel momento siamo usciti di strada. Io avevo chiamato casa solo qualche secondo prima, per dire che mi stavo arrivando, le cuffiette hanno attivato la telefonata proprio mentre il bus stava precipitando. Quelle urla non le dimenticherò mai. Ho pensato una cosa prima di perdere i sensi: io questa storia non potrò mai raccontarla».
Poi cosa è successo?
«Sono stata scaraventata fuori dal finestrino del bus e sono caduta su un sasso. Quando mi sono ripresa avevo una ferita bella schiena e mi faceva male una gamba. Ma ero viva. Mi sono alzata e ho cominciato a risalire la scarpata. Ho incontrato mio padre: ci siamo abbracciati. Mi ha detto: ero convinto di trovarti morta. Lui poi è andato giù ad aiutare gli altri: c’era gente che non era riuscita a rialzarsi».
Il pronto soccorso, il ricovero in ospedale. Ha ancora impressi quei momenti?
«Sì, in quei momenti, in quelle barelle c’era il senso della nostra comunità. Ricordo che ci davamo il cinque, ci sorridevamo: eravamo una famiglia. E qui è davvero così in paese ci conosciamo tutti: su quell’autobus ogni giorno, per anni, abbiamo riso, scherzato. Era il nostro momento si svago, prima di arrivare a scuola. Non sarà mai più così».
Giulia lei sull’autobus ci è ancora risalita?
«No, non ci sono ancora salita anche perché a scuola, dopo essere tornata dall’ospedale ci sono andata poche volte. Sono sincera, noi ragazzi di Zeri sul bus ci risaliremo, per forza, e in tanti lo hanno già fatto. Ma sono altrettanto convinta che non sarà mai più come prima: quel clima di festa, quella gioiosità che accompagnava quei nostri tragitti, ogni giorno, per tanti giorni, non la ritroveremo a lungo».
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