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Carrara, Evandro Dell’Amico ha ritrovato la crocerossina che aiutò lo zio
Il congiunto, omonimo, internato in Germania morì per gli stenti a Verona, 21enne. Gli è stato dedicato un libro e adesso i parenti dell’infermiera si sono fatti vivi
CARRARA. Le storie di Bruno Dell’Amico, soldato italiano prigioniero degli inglesi in Australia e rientrato in Italia nel 1947 per dedicare il suo impegno civile alla militanza socialista e sindacale e coltivare la sua passione per la cinematografia, e quella di Evandro, marconista del Regio Esercito deportato il nove settembre 1943 nello Stammlager di Hartmannsdorf in Germania, che a casa non ha mai fatto ritorno, ucciso nel 1945 dalle malattie e dal trattamento subìto durante la prigionia. Ed è proprio alla vicenda umana di Evandro Dell’Amico che il nipote, stesso nome dello zio e figlio di Bruno, dedica "In mio nome, mai più", che idealmente si affianca e completa una trilogia della memoria iniziata con "L’uomo tornato da lontano" "Il viaggio australe" e "l’Artigiano dell’immagine".
Il volume è stato presentato nella sala Pegaso di Palazzo Strozzi Sacrati dall’autore assieme, fra gli altri, all’assessora regionale all’istruzione Alessandra Nardini, al presidente della prima commissione del Consiglio regionale Giacomo Bugliani, al sindaco del Comune di Aulla Roberto Valettini, all’assessore alla cultura del Comune di Carrara Gea Dazzi e a Daniele Tarantino, presidente dell’Associazione culturale Insieme di Massa-Carrara, e riporta attraverso un minuzioso lavoro di ricerca le lettere che i fratelli si sono scambiati fra loro e con altri membri della famiglia durante il periodo della guerra e della prigionia. Presenti anche Elisabetta Sordi, vice presidente della Provincia, e Cristiano Corsini, delegato alla Memoria del Comune di Carrara.Spiega l’autore: «Nel 2018, dopo aver "scavato" nelle memorie di guerra e di prigionia di mio padre Bruno, mi è stato consegnato da parte di mia zia, Adua Maggiani che abita ancora ad Avenza, l’epistolario dal lager di mio zio omonimo. La fede religiosa di Evandro Dell’Amico, azionista cattolico di Carrara 1924 - Verona 1945, l’aver detto No alla continuazione della guerra, condurrà il militare, marconista del Regio Esercito Italiano, sin dal 9 settembre 1943, al lavoro coatto nello Stammlager IV F n. 598 di Hartmannsdorf in Sassonia (Germania). Sfinito dalla fame, dalle privazioni, dai turni massacranti in officina, l’internato ventunenne, a metà marzo 1945 verrà ricoverato all’Ospedale Maggiore di Verona. Qui viene assistito mirabilmente da una crocerossina di Linara (Carrara), Gemma Donnini coniugata Serri, sino alla sua morte avvenuta il 13 aprile 1945. La fede di Evandro che ha resistito ad ogni orrore - prosegue Evandro Dell’Amico - la misericordia della crocerossina, hanno smosso, rivoltato la mia coscienza, apprestandomi, con molta sofferenza, a narrare la tragica testimonianza di vita di un mio consanguineo. L’essere riuscito a resistere a tutto, sino alla morte, il tentativo di consolare i familiari rimasti in patria sotto i bombardamenti, cozza contro la disumanità della sua condizione. La pietas della conterranea che si prende cura di lui è un esempio preclaro di umanità. Questi profondi sentimenti mi hanno spronato ad approfondire la ricerca storica e ad azioni inimmaginabili. Da questa determinazione, proviene il libretto di lavoro dell’internato, rinvenuto e custodito negli Archivi Arolsen in Germania.
Da qui il desiderio di far conoscere la piccola storia di un "dimenticato", a Papa Francesco. Da qui il viaggio a Roma e la donazione del mio libro In mio nome, mai più, al Sommo Pontefice, nell’udienza dell’8 marzo 2023. Da qui la ricerca, durata anni, per rintracciare i discendenti della crocerossina e rendergli gratitudine per quel grande gesto d’amore nell’assistenza. Ed ecco che da un ultimo appello sui social, Carlo Vinchesi, che è mio parente, da parte di mia madre, Renata Ulivieri mi fornisce una solida traccia. Giovedì 23 marzo 2023, avviene l’incontro con Settimo Donnini, nella sua segheria in Via Ilice a Nazzano, pronipote da parte di padre di Gemma Donnini ed il lunedì 27 successivo, la ricezione delle foto, da parte di Nanda Fruzzetti, pronipote da parte di madre di Gemma, che danno un volto, un corpo alla crocerossina».
«Questo percorso di memoria, di rispetto per una vittima del Terzo Reich, per la figura di una donna di Carrara che seppe esprimere la più alta umanità, in un mondo divenuto l’inferno in terra, è stato narrato a Firenze, nella sede della Regione Toscana, Sala del Pegaso (Pegaso alato, simbolo di libertà) durante la presentazione del libro In mio nome, mai più», conclude l’autore.
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