Italia
Accusa l'ex marito di maltrattamenti: «Al suo primo schiaffo svenni e mi risvegliai in ospedale»
Il racconto drammatico, l’attacco di panico prima di testimoniare: «Se lo vedo non riesco a parlare»
Carrara. Non riesce a parlare, trema come una foglia, piange, chiede acqua, singhiozza, si copre il volto con le mani, come se avesse vergogna. Invece aveva soltanto paura.
«Averlo qui vicino mi terrorizza» dice in aula davanti al collegio presieduto dal giudice Ermanno De Mattia.
L’udienza si interrompe per farle prendere fiato, ma nell’atrio del Tribunale la donna non riesce a riprendersi, ha un attacco di panico, tenta di togliersi la maglietta perché non riesce a respirare, si graffia nel tentativo di liberarsi dalla lana.
Dopo un quarto d’ora l’avvocato che assiste la donna chiede ai giudici di poter proseguire l’interrogatorio in modalità protetta, ovvero in aula senza nessuno: sopratutto senza l’ex marito che la guarda.
La difesa dell’uomo si oppone: l’imputato ha il diritto di sentire le accuse che gli vengono rivolte dalla ex moglie. Il giudice De Mattia decide di cambiare aula: la giovane donna viene posizionata in una stanza attigua, da sola con un microfono, dove nessuno la vede e da cui sopratutto non percepisce la presenza dell’ex marito, sul banco degli imputati per maltrattamenti e lesioni.
È iniziato così ieri mattina l’ennesimo processo che vede vittima una donna.
«Ci sposammo nel 2016- racconta- all’inizio era una favola». Non le era sembrato vero di aver trovato di nuovo l’amore, confessa in aula la donna, dopo un matrimonio fallito e tre figli piccoli. Quell’uomo sembrava volersi prendere di nuovo cura di lei e della sua famiglia. «Fu una convivenza brevissima- continua la donna- Mia madre non era d’accordo che facessi tutto così in fretta; poi ci sposammo e iniziarono i primi problemi. Volevamo avere un figlio nostro, ma non riuscivamo. Tentammo la fecondazione assistita, ma fu inutile. Lui dava la colpa a me. Diventò sempre più nervoso, geloso: mi impediva di lavorare, diceva che non dovevo vedere nessuno, tanto a me ci pensava lui. Non voleva che frequentassi le mie amiche; diceva che nei bar ci andavano solo le puttane e che tanto gli uomini di me volevano solo guardare il sedere. Era sempre più geloso e possessivo».
«Poi divenne violento – continua – Iniziò a bere molto; in casa erano solo discussioni: spaccava tutto, faceva tremare i muri. Mia madre che viveva con noi era terrorizzata; i miei figli cercavano di difendermi come potevano. Il primo schiaffo me lo ricordo ancora: stavamo litigando in macchina, io gli chiesi di farmi scendere, lui accostò, mi colpì così forte che svenni. Non ricordo nulla. Mi risvegliai al pronto soccorso. Da quel giorno non si è più fermato». La donna ha continuato a raccontare delle violenze e dei maltrattamenti subiti: «Mi prendeva per i capelli e mi trascinava; una volta mi afferrò da dietro e mi sbatté la testa contro il finestrino della macchina: sentivo il sangue che colava dalla fronte; mi spaccò la mandibola e ancora oggi non riesco ad aprire bene la bocca; quando iniziai a lavorare come barista mi aspettava nascosto dietro le siepi del locale, per vedere se sorridevo ai clienti e se vedeva una gentilezza di troppo a casa erano schiaffi e pugni. Era rabbioso: si procurò anche un’ascia con cui distrusse il salotto in un momento di ira».
La pm ha prodotto numerosi referti del pronto soccorso che negli anni la donna aveva collezionato a causa del marito violento, ma quasi in nessuno figura la presenza dell’uomo: «Lo difendevo, perché avevo paura- dice la donna- Ho mentito ai medici per proteggerlo e anche per proteggere i miei figli. Decisi di denunciarlo e di chiedere la separazione soltanto dopo che la polizia, che intervenne fuori da un ristorante dove era avvenuta l’ennesima litigata e dove mi aveva fatto molto male, mi disse che in quel clima non avrei più potuto far crescere i miei figli. Minacciarono l’arrivo degli assistenti sociali che sicuramente vedendo in che condizioni vivevamo mi avrebbero tolto i bambini. Per questo denunciai e chiesi il divorzio».
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