Carrara, Legambiente sul marmo: «Le imprese non guardino soltanto al loro profitto»
L’associazione apprezza il parere che ha espresso il Consiglio di Stato sul ruolo del Comune e della Regione nella tutela del paesaggio
Carrara. Legambiente interviene sul parere espresso dal Consiglio di Stato in merito al ricorso al Capo dello Stato presentato da numerosi industriali del marmo contro il Piano Regionale Cave: «I supremi giudici amministrativi – scrive Legambiente – ribadiscono con estrema chiarezza che la Regione e il Comune hanno il diritto, ma soprattutto il dovere, di porre limiti alla libertà d’impresa per tutelare il valore superiore del paesaggio e dell’ambiente. Per inciso, è proprio su questa gerarchia di valori che si fonda la richiesta di Legambiente di chiudere le cave intercluse nel Parco. Come associazione non possiamo che condividere le tesi sostenute nel procedimento dalla Regione e dal Comune di Carrara che si sono costituiti e hanno resistito in giudizio a difesa del piano regionale cave. Il Consiglio di Stato, richiamando Costituzione e la normativa europea, rigetta le tesi delle imprese estrattive, le quali hanno ancora una volta cercato di sostenere che la libera iniziativa economica è un diritto che non può essere limitato da alcun’altra esigenza, neppure quella di tutelare un ecosistema, le Apuane, che, come recita la pronuncia, «rappresentano un “unicum” paesaggistico, non solo a livello nazionale ma anche internazionale, in ragione e per la tutela delle quali, nel 2011, hanno ottenuto il riconoscimento come Geoparco dell’Unesco».
E ancora: «Gli industriali, opponendosi alla fissazione di una resa minima, in sostanza affermano che il piano avrebbe dovuto tener conto dello status quo e consentire il mantenimento di cave con rese anche minime, purché economicamente produttive. In effetti la versione originaria del Piano prevedeva la resa minima del 30% di blocchi per autorizzare l’escavazione, considerando che le cave con percentuali di detriti troppo alte si configurassero come cave di inerti e, dovessero perciò essere chiuse, per l’eccessivo impatto sul territorio e sul paesaggio. Tuttavia, come abbiamo più volte denunciato, le cose sono andate diversamente e, come emerge anche dalla stessa pronuncia del Consiglio di Stato, nel Piano la percentuale di blocchi da estrarre si è ridotta a cifre da prefisso telefonico. Il ricorso di questi imprenditori dimostra dunque che sono privi anche del più elementare senso civico ed etico, ben lontani dalle logiche di responsabilità sociale dell’impresa, anni luce distanti – scrive Legambiente – dalla transizione ecologica dell’economia e della società. Dalla vicenda del ricorso emerge un dato incontrovertibile: questa classe industriale è volta solo al proprio particulare. Nonostante i tentativi di spacciarsi per green e innovativa, pretende di usare i nostri beni comuni (le montagne) come fossero di sua proprietà e lascia cadere ogni tanto un “soldino”. Le cose devono cambiare e lo si può fare solo bandendo le gare per le concessioni in tempi rapidi. In tal modo, infatti, ponendo come prerequisito, per la partecipazione alla gara, la lavorazione nella filiera locale di almeno il 50% dei blocchi estratti, si potrebbe aumentare fin da subito anche il livello di occupazione. I bandi di gara, se ben strutturati, potrebbero anche limitare o annullare i ricorsi delle imprese perché l’imprenditore che partecipa a una gara ne conosce e accetta le regole. Serve una nuova classe imprenditoriale che sappia contemperare le esigenze del profitto (che nel marmo è elevatissimo) con il rispetto delle regole di tutela ambientale. L’unica ragione che può ancora giustificare la presenza delle cave è un’escavazione di quantitativi limitati a uso ornamentale che limiti la produzione di detriti, eviti sia l’inquinamento di fiumi e sorgenti che il rischio alluvionale, incrementi fortemente l’occupazione e generi ricchezza per la città. Altrimenti la giustificazione manca».
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