Il presidio
La livella di Totò, la briscola gli amici e il volo “charleston”
L’amore per il bello lo aveva portato da Caserta a Carrara Di fronte a una bella stoffa si emozionava ancora
Il ricordo
Il volo charter per lui era il “volo charleston”. E la sposa tirava “il buffet”, non il bouquet.
Ci giocava con gli strafalcioni Stefano Gazzillo, e si faceva prendere bonariamente in giro dagli amici, quelli del bar Milanese di Avenza dove ha passato gli anni più belli, gli anni del grande successo della sua sartoria. Nel suo atelier, con due elle come diceva lui, sono passati davvero in tanti, generazioni intere di carraresi. Industriali del marmo, professionisti, grandi medici (da Achille Sicari a Aldo Pinchera che veniva a Carrara da Pisa solo per le sue giacche) ma, soprattutto, gli amici. Quelli della partita a briscola bugiarda, quelli a cui ha cucito il vestito delle nozze, con la sua famosa etichetta con la data scritta a mano, il suo biglietto da visita. È stato il sarto delle prime sfilate di moda, al Politeama di Carrara (eh sì oggi sembra impossibile), e anche quello dei primi smoking che a Carrara pochi conoscevano: lui aveva la camicia giusta da abbinare, e vinceva la ritrosia di chi della fascia in vita proprio non ne voleva sapere. Stefano è stato soprattutto un uomo innamorato del suo mestiere. Lo aveva imparato a sei anni, a Caserta. Poi era arrivato il lungo tirocinio nella sartoria Caraceni, un nome ancora oggi simbolo del made in Italy. E infine l’arrivo a Carrara da dove non è mai più voluto andare via. Dove ha messo su famiglia e dove ha portato la sua passione per il bello. Una passione che riusciva a trasmettere sempre, senza mai volere essere chiamato “maestro”, titolo che aveva conquistato sul campo, asola dopo asola, orlo dopo orlo. Qualche anno fa, ci sono entrata anch’io nella sua sartoria, quella di Carrara nel bellissimo palazzo, tutto stucchi e specchi, in piazza Alberica. È stato proprio Stefano a cucire per me il mio primo cappotto sartoriale, in cammello: «Con questo ci puoi andare anche a Cortina, ci puoi pure sciare, il freddo non lo senti davvero e ti dura cento anni». Io a Cortina poi non ci sono mai andata ma il cappotto è ancora lì, dal 2013, perfetto. Nelle poche ore di prova, non aveva bisogno di molto altro, mi ha insegnato che i tessuti hanno un’anima. Che le stoffe non sono tutte uguali, e che la passione per il proprio lavoro non si esaurisce. Non conosce l’età della pensione perché lui, Stefano, era sempre pronto a accarezzare una “pezza”: le rughe gli si appianavano, il sorriso tornava quello che aveva tanti anni fa quando, poco più che bambino, aveva preso in mano i primi spilli e il primo gessetto per il taglio. Stefano era quello che, per anni, ogni anno, nelle cene di Natale recitava la livella di Totò. Con quell’accento casertano che non aveva mia perso, si trasformava in attore. Faceva piangere gli amici.
«La morte sai cos’è? È una livella. Un re, un magistrato, un grand’uomo, passando questo cancello ha fatto il punto che ha perso tutto, la vita e pure il nome: non ti sei fatto ancora questo conto?».
(Antonio De Curtis, 1964).
Alessandra Vivoli
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