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«Cacciati dopo avere chiesto buste paga e protezioni»
massa. Il primo contratto arriva come una benedizione. La voce gira nella comunità pachistana e, guarda caso, tutti gli assunti vengono dal paese asiatico. «Prima ero in disoccupazione, poi un amico mi ha detto che c’era questa opportunità. E mi hanno assunto», racconta Zeeshan Muhammad, uno dei lavoratoi.
Tipica dinamica tra offerta e domanda nel mondo del lavoro, si direbbe. Con quella peculiarità, però, della provenienza estera, dallo stesso paese, dei dieci lavoratori assunti da Smnc per lavorare nei capannoni all’Ex Dalmine.
«Ho cominciato a lavorare a settembre dell’anno scorso – spiega Zeeshan –ma quando facevamo delle richieste ci rispondevano sempre “dopo, dopo”. Su cose di sicurezza: chiedevamo i guanti e le tute. Chiedevamo di potere vedere le buste paga e il contratto. E il nostro padrone ci diceva sempre la stessa cosa: “domani, presto, tra una settimana”».
Spiega che non sapeva nemmeno che tipo di contratto aveva, se a tempo determinato o indeterminato. «Appena arrivato non ho firmato nulla, dopo quattro o cinque mesi l’ho chiesto. E alla fine me lo ha dato. A me serviva anche per il permesso di soggiorno».
Arriva dicembre e i lavoratori, che si sono informati, chiedono la tredicesima. Come da diritto. «Ci ha pagato la metà. E allora abbiamo cominciato a protestare, volevamo le buste paghe e i nostri diritti. Lunedì siamo andati a parlargli e ci ha detto di andare a casa perché ci aveva messo in cassa integrazione».
Secondo la Cgil, però, di richieste di cassa integrazione non ce ne sono. «È un settore assoggettato a questo meccanismo: si prende la commessa al minor prezzo possibile, si risparmia sul lavoro, con paghe base, i lavoratori fanno più del dovuto e non ci sono condizioni di sicurezza. È un sistema che si basa sullo sfruttamento. Va fermato», dice Nicola Del Vecchio, della Filctem Cgil. —
L.R.D.
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