Il Tirreno

stagione rinviata al 5 marzo 

Cerreto Laghi vede nero: rischiamo di non riaprire E anche a Zum piste vuote

Gianluca Uberti
Cerreto Laghi vede nero: rischiamo di non riaprire E anche a Zum piste vuote

Giannarelli: per essere pronti abbiamo speso 30mila euro Viaggi: prevedevo di assumere personale per mantenere la sicurezza

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Gianluca Uberti

cerreto laghi. A Cerreto Laghi era più un migliaio le prenotazioni per la settimana che dovranno essere rimborsate. «Siamo amareggiati – afferma Marco Giannarelli, gestore della Turismo Appennino – ci sentiamo presi in giro. Se ci sono dei rischi è giusto tenere chiuso, ma comunicarlo a poche ore dalla riapertura è intollerabile».

«Per essere pronti abbiamo speso più di trentamila euro – continua Giannarelli – abbiamo richiamato dalla cassa Covid il personale, avevamo fatto la spesa per il rifugio e l’albergo, e come noi hanno fatto tutti gli altri. Non è escluso che a questo punto non riapriremo più».

Da questa ulteriore doccia fredda esce con molto avvilimento anche il gestore di Zum Zeri, Maurizio Viaggi. Salvare la stagione sarà un’impresa. Si aggiunga, poi, la beffa ulteriore rappresentata da un inverno nevoso come non si vedeva da anni in Lunigiana. Tanta bella neve fresca e destinata a rimanere intatta, senza nessuno a solcarla con gli sci. E tanta amarezza tra i gestori degli impianti. Non fa eccezione Viaggi. È un fiume in piena, e fa subito notare che gli impianti sciistici e la loro riapertura erano nominati in tutti gli ultimi Dpcm: «Prima dovevamo riaprire l’8 dicembre, poi il 18 gennaio, poi il 15 febbraio. Ora è tutto rimandato al 5 marzo, fate voi…».

Occorre dare la priorità alla salute, secondo il Cts. «Ma anche per noi è la salute la priorità e siamo vicini a chi ha perso i propri cari. Il discorso, però, è che ci hanno detto cosa dovevamo fare, il mantenimento delle distanze in primis; ci hanno fatto mettere il plexiglas; la battitura continua delle piste. E poi ci viene comunicato il giorno prima che non si riapre, questa è una totale mancanza di rispetto. Potevamo sederci attorno a un tavolo e parlarne, invece niente».

Eravate, naturalmente, pronti a riaprire in sicurezza. «Certo. Ed eravamo pronti ad assumere persone per fare mantenere le distanze e controllare che tutto filasse liscio, arrivando a quasi 40 persone complessivamente al lavoro. Oltre alle 12 persone al lavoro agli impianti di risalita, quando questi sono operativi, e alle 15 persone occupate nella ristorazione al bar e al self service, avevamo previsto di assumere alcuni steward affinché controllassero la situazione sulle piste. Sulle piste, poi, avevamo già deciso di allestire dei punti ristoro per consentire a chi lo desiderasse di prendere qualcosa di caldo da bere e mangiare un boccone, così da evitare assembramenti in un unico punto, ad esempio al self service. Invece, qui adesso regna la desolazione e i 7 sette dipendenti a tempo indeterminato sono in cassa integrazione. Senza contare che ci è venuto a mancare il giro di affari garantito dalle seconde case. Essendo queste vuote, non c’è chi chiama l’idraulico per fare riparare un piccolo guasto, non c’è chi va a comprare il latte e la carne nelle nostre stalle. Un disastro a cascata per tutto il tessuto economico locale».

E per quanto riguarda la perdita economica per gli impianti di risalita? A quanto ammonta? «Abbiamo un bilancio di 350mila euro e nella stagione in corso, fra energia elettrica, costi fissi e assicurazioni, abbiamo avuto solo spese. Penso che i conti riesca a farli tranquillamente chiunque». Da sottolineare, in conclusione, che l’Associazione maestri di sci italiani ha espresso anch’essa grande amarezza, parlando di questo epilogo come di un evidente segno di scarsissima attenzione verso 15mila famiglie che vivono di questa attività e che sono ferme dal 10 marzo 2020. —

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