Il Tirreno

Aveva 94 anni 

Muore Carlambrò, con lui Marina perde l’ultimo mastro d’ascia

Paolo Cucurnia
Muore Carlambrò, con lui Marina perde l’ultimo mastro d’ascia

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Paolo Cucurnia

Carrara. Se n’è andato all’età di 94 anni l’ultimo mastro d’ascia di Marina, sicuramente uno degli ultimi al mondo: Carlo Ambrogio Bedini conosciuto come Carlambrò.

Operava ancora con le barche in legno che costruiva e raddobbava, al cantierino di sua proprietà, con i vecchi sistemi, via via affinati nei secoli ed assicurati in una romantica professione: “Mastro d’ascia”, che ha preso il sapore di un’arte, ahimè alla fine.

Il legno, per lui non aveva segreti; con la stessa sapienza con cui Ulisse, solo fra i Proci, trattò l’arco che poi tese, Carlambrò adocchiava il materiale, lo tastava lo “sentiva” e lo domava ai suoi voleri fino a formare le belle carene che hanno superbamente solcato i mari nel corso degli anni.

Entrato a tredici anni al cantiere navale di Marina, a sedici, per la sua bravura, aveva già la paga da operaio. Visse la guerra e fu deportato in Germania.

Al rientro partecipò alla ricostruzione postbellica, sempre lavorando alle barche, che allora costituivano il nerbo attivo di una flotta di bastimenti e pescherecci nostrani, che davano lustro alla nostra eroica marineria, la quale stava passando dalla locomozione a vela a quella a motore.

Era, assieme al Padruncin’(Primo Bugliani), il carpentiere a terra cui affidarsi per una barca sicura e proficua da cui trarre il sostentamento per una vita sul mare.

Pur s’è destino di tutti, prima o poi, dover navigare in un oceano infinito che non prevede ritorno, Carlambrò uscito di scena, si può dire con l’ascia in mano, svuota Marina d’un personaggio insostituibile. In particolare in chi scrive, che spesso rimbrottava perché, come un figlio discolo ero uso a “sacrificare” sugli altari del dio Bacco. Ma proprio perché sapevo che per il figlio scapestrato i rimproveri sono dettati dall’amore, per me la costernazione è doppia ed il rimpianto infinito. Sempre sentirò in me le sue parole, cariche d’affetto, con cui mi accoglieva quando lo andavo a trovare: “Toparola, no’ber’ch’a t’fa mal…’”

I funerali di Carlambrò si svolgeranno domani, lunedì 28 nella Chiesa della Sacra Famiglia a Marina alle 15, 30.

L’anno scorso, in un’intervista al Tirreno, lo stesso Carlo Ambrogio aveva raccontato di sé: «Quando entrai come apprendista al Cantiere, v’erano impostati tre grossi bastimenti di legno. Le querce venivano da Grosseto, i mastri d’ascia riconoscevano nelle curvature dei rami e dei tronchi gli “avviamenti” delle fibre per la componentistica del bastimento. C’era un vecchio di Forte dei Marmi addetto al fuoco dei bollitori per la curvatura delle tavole. Dal Forte e Querceta venivano anche i segantini che, sempre a forza di braccia, uno sopra il tronco immorsato sopra un cavalletto, l’altro sotto, con movimenti alternati delle braccia, segavano il pezzo lungo i fianchi, per ricavarne, ad esempio, la ruota di prua». E aggiungeva: «Il “padre” di tutti i mastri d’ascia nostrani: il viareggino Natino Celi, cui Viareggio ha intitolato una piazza, fece scuola al Cantiere e si sposò a Marina con la Maria del tabacchino. Lo conobbi, alla fine era un libero professionista. Io avevo un “Mastro” , come capo che voleva lo seguissi sempre, e mi ammoniva di lasciar perdere gli altri, perché svogliati e disattenti mentre a me era riservato, diceva, un futuro di buon carpentiere!».

Così proseguiva nel racconto: «Poi la guerra, nel’44 il campo di lavoro in Germania, il ritorno, la ripresa nei vari Cantieri, fra cui’l Padruncìn’ (Primo Bugliani), l’allestimento dei lavori in legno sul “Gatto Selvatico” (la piattaforma petrolifera varata a Marina nel’61 e destinata al Golfo Persico), finché nel’64 mio fratello Paolo (Paulìn deceduto qualche anno fa) si sbarcò, e ci mettemmo in proprio. Dove adesso c’è il capannone per gli allestimenti e il terreno per il rimessaggio, c’erano le vigne; le togliemmo, prendemmo le macchine per la lavorazione del legno e iniziammo l’attività».

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