Il presidio
«Ero imbianchino, ora mangio alla Caritas»
Le storie. «Andavo a tinteggiare le case, poi non mi hanno più chiamato». «Sei esami alla laurea, non ho un lavoro»
Francesca Vatteroini
CARRARA. Ieri, prima delle undici di mattina, davanti alla mensa della Caritas c’era già la fila. Alcuni sono stranieri, altri italiani. Alcuni in situazione di indigenza ci sono nati e dal loro paese di origine sono emigrati in Italia, altri invece in un paese in grado di offrire loro una vita dignitosa e un lavoro ci sono nati, ma poi qualcosa non ha funzionato, si è inceppato e adesso si ritrovano anche loro davanti alla mensa dei poveri per il giorno di Santo Stefano. Non è vero che la miseria ha un solo colore: ha un sacco di sfumature, che si possono notare soprattutto oggi con il virus della povertà che si è fatto più vivo e pungente, anche se in realtà era da anni orami che faceva capolino. Ci avviciniamo in punta di piedi ma nonostante questo gli italiani, a differenza degli astranieri, non si fanno intervistare, ed è un primo segnale indicatore di quanti volti possa mostrare la povertà. Li rassicuriamo sul completo anonimato, ma si tirano il cappuccio fin sopra gli occhi, si tirano la mascherina ancora più su del naso e tengono lo sguardo giù. Alcuni rispondono quasi come stizziti probabilmente trovandosi in una situazione per loro nuova e per la quale si sentono impotenti:«Intervista loro che ci sono abituati!» ci dice arrabbiato qualcuno, tirando dritto e indicando il gruppo di stranieri, in fondo alla fila. Uno di loro, un italiano, però decide di farsi intervistare. E’ senza lavoro, come tutti lì, ma prima un lavoro lui lo aveva: faceva l’imbianchino:«E’ da un po’ di tempo che vengo qua-racconta rassegnato-saranno due o tre anni. Facevo l’imbianchino ma a un certo punto non ho più trovato da lavorare» spiega allargando le braccia mentre aspetta che lo sportello della mensa apra. Anche lui, come molti italiani, vive in una casa di proprietà, ma è molto tempo oramai che non ha di che lavorare e mangiare. Vive solo, ci dice, e passerà Santo Stefano assieme al fratello. Gli stranieri, a differenza degli italiani, sono più propensi a raccontarsi Staccate dal gruppo più lamentoso, ci sono due sorelle, di origini peruviane. Una faceva assistenza agli anziani ma 4 anni fa ha subito un intervento e ora non può usare il braccio destro: «Vivo insieme ai miei due figli di 19 e 30 anni uno nato in Italia, l’altro, il più grande, a Mosca perché avevo vinto una borsa di studio in Russia, studiavo ingegneria, mi manca l’ultimo anno: sono 5 o 6 esami”. La sorella non abita con lei, abita con la figlia e 4 nipotini di 10 anni, 7 anni, 3 anni e 2 mesi. Anche lei, come la sorella più giovane, percepiva il reddito di cittadinanza che adesso è scaduto :«Io lavoravo, facevo la badante-racconta anche la sorella più anziana- e mia figlia lavorava in un albergo a Deiva Marina, poi ha preso il Coronavirus, ora sta bene ma ha perso il lavoro». Alla fine chiediamo alle due sorelle se sono buoni i pasti confezionati:«Buonissimi-risponde la più giovane mentre l’altra annuisce con la testa-grazie». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
