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Grassia: «A Pablito piaceva cantare»
Un ricordo del giornalista che, come faceva Paolo Rossi, trascorre lunghi periodi d’estate tra Ronchi e Poveromo
Massa
Filippo Grassia da anni voce e penna sportiva di molte emittenti e giornali, attualmente lavora a Radio Rai dove cura anche la trasmissione “La moviola? Guardiamola alla radio” ma ha lavorato e collaborato con molte emittenti italiane e non, ha collaborato anche con Gianni Brera, tanto per citare un nome. In comune con Pablito ed altri amici è grande estimatore della nostra zona e da anni ha casa a Poveromo, vicino a quella di Rossi. Tanto appassionato che in estate lo vediamo spesso nella piazza di Ronchi dove si ritrova con gli amici di sempre all’agenzia immobiliare da Balloni o al Pancino dell’amico Gian Luca, come nell’agosto 2019. Oppure lo abbiamo visto collaborare con Giuseppe Iacopini al “Premio Colantuoni”, che ha sempre presentato a Marina di Massa e in Piazza Mercurio con la sua eleganza e grande conoscenza dei personaggi. Nei giorni del funerale di Paolo Rossi ha scritto lunghi articoli per Arena di Verona, Giornale di Vicenza e Brescia oggi. Ed ha parlato anche con Il Tirreno in una lunga e piacevole telefonata, in attesa di rivederci a Ronchi.
«Ero al Bernabeu di Madrid - scrive Filippo Grassia - ad applaudire il suo primo gol alla Germania nella finale mondiale. Ed ero a San Siro quando firmò una doppietta all’Inter con la maglia del Milan, la sua ultima impresa. A distanza di qualche mese mi disse che non poteva più essere Pablito con quelle ginocchia scricchiolanti». E ancora, riferito a rapporti più stretti con l’amico e vicino di casa a Poveromo, «Gli piaceva cantare all’infinito e andare in bici nei mesi buoni con un cappello di paglia portato a mo’ di Borsalino, gli piaceva visitare con la moglie Federica paesi all’esterno degli itinerari turistici e stare con gli amici che di calcio parlavano ma che del calcio non facevano parte. E poi e sempre, Paolo Rossi sorrideva alle persone care, agli amici, alla vita. Con le bambine, Maria Vittoria di 11 anni e Sofia Elena di 8, era tenerissimo, s’illuminavano i suoi occhi nei momenti in cui le coccolava. Non riesco a parlare o scrivere di lui come di Pablito e basta, - dice ancora il cronista nazionale - del calciatore che ci ha fatto vincere il titolo iridato di Spagna 1982. Dietro le vesti del goleador intelligente e spietato, c’era un uomo straordinario, di una semplicità infinita a dispetto d’una immensa popolarità. Uno di noi, sicuramente migliore. All’inizio di questo millennio un sondaggio certificò che lui, e non altri, era l’italiano più conosciuto nei cinque continenti. “Paolo Rossi”, un brand». Continua cosi il ricordo che Filippo Grassia, fulcro della Rai per lo sport ed ex capo dei giornalisti, ha dell’amico Rossi. «Ero allo stadio Friuli nel maggio 1982 quando tornò in campo realizzando pure un gol. Mi trovai con Enzo Bearzot e Giovanni Arpino nell’appartamento di quest’ultimo, nei pressi di Corso Sempione, a Milano, quando il ct ci disse che avrebbe puntato su Paolo Rossi al Mondiale». Era al rientro dopo l’ingiusta squalifica. Il resto è storia ormai risaputa che ha contagiato tutti i mezzi di informazione. Infine «La cosa che ricordo di più in quella serata dell’agosto del 2019 è quando si impadronì subito del microfono e gli occhi si illuminavano. E’ stato di una semplicità incredibile a dispetto di una popolarità immensa, andavi all’estero e dicendo che eri italiano ti parlavano subito di Paolo».
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