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Le suore di Carrara: «Avevamo notato che erano di meno le ragazze affidate»
L’Istituto Sacro Cuore: «Confidiamo nella magistratura, che venga fatta piena luce nell’esclusivo bene dei giovani»
CArrara
Alla Fondazione Opera Pia Istituto del Sacro Cuore di Carrara, che gestisce le storiche suore del “Cappelletto” di viale Potrignano, abbiamo chiesto: siete stati penalizzati anche voi nell'affido dei minori? Avete mai denunciato le irregolarità di affidamento?
«La nostra Fondazione opera in contatto con molti Enti presenti sul territorio provinciale e anche fuori provincia e fino alla pubblicazione sui giornali del caso della Coop. Serimper non avevamo avuto sentore di irregolarità nelle procedure di affidamento, ma certo - si aggiunge - abbiamo notato negli ultimi anni che le ragazze a noi affidate erano calate di numero e che altre strutture erano state privilegiate rispetto alla nostra. Ma da questo a pensare a irregolarità e commistioni fra Enti e dirigenza della cooperativa, come pare stiano emergendo, davvero ci pare troppo. Confidiamo nell’opera della magistratura e degli organi inquirenti con la speranza che venga fatta luce sulle procedure di affidamento e vangano ristabilite quanto prima, nell’esclusivo bene dei ragazzi, le giuste procedure, confermando la nostra disponibilità a svolgere questo servizio che riteniamo importantissimo per chi nella vita ha già subito troppo».
Da quanti anni la vostra struttura si occupa di accoglienza per minori?
«Da molti anni La “Fondazione Opera Pia Istituto del Sacro Cuore” svolge il servizio di Casa Famiglia nel comune di Carrara. La presenza dell’Istituto Sacro Cuore di Carrara risale ai primi anni del 1900, con la presenza delle suore salesiane, prima come orfanotrofio che accoglieva le giovani di Carrara rimaste senza genitori, poi attraverso l’istituzione di una scuola materna e, in seguito accanto a tale attività, anche quella di accoglienza come casa famiglia. Nella nostra struttura sono passate generazioni di ragazze di tutte le età e provenienti da diverse situazioni personali e famigliari. La struttura occupa attualmente 13 dipendenti per far fronte al meglio alle necessità di accoglienza, gestione e sostegno alle ragazze affidateci. La nostra organizzazione del servizio di accoglienza è sempre stata basata oltre che sulle normative esistenti in materia anche sull’ospitalità intesa come integrazione delle ragazze in un progetto educativo e formativo che le porti a superare le difficoltà già incontrate nella loro giovane vita».
Come si svolge la vostra attività?
«Ciò che cerchiamo di fare è quello di aiutare le ragazze affidateci a trovare un percorso di vita che le porti ad essere delle persone in grado di affrontare la crescita e le sfide che la vita ci pone. Oltre che svolgere il servizio di accoglienza e portare avanti un piano educativo individualizzato realizzato mediante l’intervento di tutte le strutture dedicate (servizi sociali dei comuni, Asl, tribunali dei minorenni e altre) cerchiamo di condividere un progetto di vita che porti le ragazze ad essere persone in grado di fare scelte autonome di vita e lavorative. Negli anni scorsi abbiamo lavorato, con nostre risorse, a un progetto che permettesse, ad esempio, alle ragazze che terminano la loro permanenza nelle case famiglia (in genere al compimento del diciottesimo anno d’età) di poter iniziare un percorso di vita autonoma mettendo loro a disposizione un piccolo alloggio separato e autonomo (attualmente abbiamo tre mini appartamenti), sempre presente nella nostra struttura, affinché potessero essere aiutate in un periodo piuttosto complicato (fra la fine di ogni sostegno da parte del servizio pubblico e l’inizio di una vita lavorativa autonoma) a gestirsi e a intraprendere una nuova vita».
Il caso Serimper ha fatto emergenze delle terribili situazioni. Voi avevate mai sentito qualcosa in merito?
«Siamo rimasti esterrefatti di quello che stiamo leggendo in questi giorni in merito alle vicende collegate alle indagini in corso. Mai ci saremmo aspettati di dover assistere a uno spettacolo simile nei nostri territori. Sapevamo dell’esistenza di tali strutture, del fatto che molti Enti affidavano alle loro cure ragazzi in difficoltà, ma mai avremmo pensato a cose simili e ci auguriamo, per il bene soprattutto dei ragazzi, che tali situazioni vengano ridimensionate e, in larga parte, smentite. Davvero, come ha anche detto il nostro Vescovo in questi giorni, pensare che le case famiglia (come dice lo stesso nome) non siano delle oasi in cui riprendere il filo della propria vita, ma ulteriori luoghi di disagio, privazioni e, come leggiamo, anche di presunte violenze ulteriori, ci indigna e amareggia moltissimo. Ci teniamo a precisare, se ce ne fosse bisogno, che non tutte le strutture presenti sono così, ma anzi che nella nostra struttura operano suore e laici a cui sta a cuore il bene dei ragazzi e che operiamo solo per il loro bene».Sara Lavorini
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