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«Oltre 500 precari nella sanità e sempre meno sicurezza»
I lavoratori del pubblico impiego apuani scioperano e scendono in piazza Patrizia Bernieri (Cgil): non è vero che tuteliamo i garantiti, semmai i diritti di tutti
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Rinnovo del contratto, stabilizzazione dei precari e sicurezza sul lavoro: sono le richieste che i lavoratori del pubblico impiego hanno avanzato in tutte le città italiane, nella giornata di sciopero che ha visto una grande partecipazione di lavoragtori e “manifestazioni” di piazza (limitate dalle norme di distanziamento anti Covid) in molte città. Tra cui Massa. Stiamo parlando di un comparto che dà lavoro a 3 milioni di persone negli uffici pubblici, negli enti locali, ma anche negli ospedali; ed è proprio su quest’ultimo settore, quello sanitario, che si concentra il ragionamento delle sindacati coinvolti, Cisl fp, Cgil fp, Uil fpl e pa. Infatti, anche nella sanità ci sono gli stessi problemi che da altre parti: contratti scaduti, precarietà, insicurezza sul lavoro.
«Contrariamente alle strumentalizzazioni di qualcuno – puntualizza Enzo Mastorci di Cisl Fp – le nostre sono richieste serie. Il contratto, scaduto da due anni, riguarda figure come gli infermieri, la polizia locale, o le educatrici. Il rinnovo non interessa solo questioni puramente economiche, ma anche l'aggiornamento e la formazione di questi dipendenti pubblici».
Secondo motivo della protesta, il precariato anche nell’ambito pubblico: «Non è ammissibile che un datore di lavoro pubblico viva di precariato; solo nella nostra Asl ci sono 522 precari. Come può la sanità basarsi sul precariato? Noi per primi chiediamo un rinnovamento nella Pa, chiediamo un “piano industriale”, ma si procede a tentativi. Manca un idea di cosa fa e cosa dovrà fare la pubblica amministrazione, anche sotto il profilo di innovazione tecnologica e di ricambio generazionale».
Anche per Patrizia Bernieri, di Cgil Fp, la stabilizzazione di questi lavoratori è fondamentale: «Mancano 500 mila lavoratori del pubblico impiego ed abbiamo 300 mila precari da stabilizzare, in tutti i settori pubblici. La priorità assoluta è l'implementazione del personale, perché la pubblica assistenza ha incrociato la pandemia in un momento in cui era già allo spasmo, con il blocco dei tur-nover, i pensionamenti senza un adeguato reinserimento, che ha ridotto il personale e le risorse umane. Il pubblico impiego sta lavorando male, siamo all’emergenza sempre e ovunque, ma nonostante tutto sta garantendo i servizi. Anche la semplice frase “la burocrazia rallenta l’Italia” è dovuta alla carenza di personale. La battaglia per il pubblico impiego è una battaglia per affermare il ruolo sociale della pubblica amministrazione, perché i servizi pubblici interessano tutta la cittadinanza, e se non ci sono persone a garantirli non ci sono servizi nè diritti. Per questo è offensivo dire che stiamo tutelando i “garantiti”; semmai, stiamo scioperando per garantire i diritti di tutti».
Il ragionamento di Claudio Salvadori, della Uil fpl, si è focalizzato sulle conseguenze che una stagione quindicennale di tagli sta avendo sul sistema e sui lavoratori della sanità pubblica: «Il Covid ha soltanto fatto emergere tutto: spazi inadeguati, precariato, strutture fatiscenti, insicurezza sul lavoro, classe dirigente inetta. Abbiamo visto scene drammatiche, come mascherine “non adatte ad uso medico”, persone a cui è stato chiesto di andare a lavorare anche se positive ai test, semplici catenelle a dividere reparti Covid da quwelli nono Covid, le immagini dell’ufficio igiene a pezzi. In mezzo a tanta precarietà, insicurezza e contratti scaduti queste persone stanno vivendo drammi: gente isolata dalla famiglia, genitori che tornano a casa e devono tenere lontani i figli che gli corrono incontro, persone costrette a portare un pannolone sotto la tuta, la stessa tuta che a fine turno infetta molte persone. Un collega è morto e la moglie quel giorno, anche lei medico, non si è potuta congedare dal lavoro.
Continuare a dire che tutto va bene e che si sta facendo il possibile non è vero. Oggi i sanitari che si sono infettati con il coronavirus sono più che nella prima ondata». —
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