Le parole della banda Sinti «Qui morì la gaggina»
La pensionata fu trovata nel 2013 con il cranio fracassato e le mani mozzate L’intercettazione della Procura di La Spezia ha aperto un nuovo scenario
la spezia
Dopo sette anni di silenzi e piste che hanno portato al nulla, il caso si riapre. Era il 14 marzo 2013 quando Marisa Morchi, 77 anni, fu massacrata: la figlia la trovò stesa sul pavimento della sua casa di Castelnuovo Magra, nell’estremo levante ligure, con il cranio fracassato e le mani mozzate, sul cadavere una vecchia foto di lei da bambina e alcune caramelle. In un primo momento, erano finiti sotto inchiesta per l’omicidio un vicino di casa e un conoscente della donna, poi due malviventi di basso livello, ora però l’attenzione si focalizza su alcune conversazioni intercettate da Procura e carabinieri nell’ambito di un’indagine che la settimana scorsa ha aperto le porte del carcere a una banda sinti, con base nello Spezzino, che per dieci anni ha compiuto furti in abitazioni e truffe a danno di anziani in tutto ilnord del Paese.
«Una volta mi ha ammazzato una gagia (donna in lingua sinti, ndr) per 2 mila euro, anche per niente! Non si fanno queste cose, che sono stupide, io faccio cose più belle senza fare niente, con me non le fa». È il 12 novembre 2019 quando Emily Lafleur, il presunto capo della banda, racconta al suocero quanto accaduto durante un raid in un’abitazione. L’uomo spiega chiaramente che in quell’occasione si trovava insieme al cognato Simone Lagaren (anche lui arrestato nell’operazione di qualche giorno fa) che, sintetizzano gli investigatori in una loro informativa, «avrebbe ammazzato una donna per sottrargli 2 mila euro».
C’è un’altra intercettazione però che induce i carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal procuratore capo Antonio Patrono e dal capitano Cosimo Friolo, a ipotizzare che possa trattarsi del caso Morchi. L’8 novembre 2019 alcuni componenti della banda sinti girano nella zona di Castelnuovo Magra, alla ricerca di case da svaligiare. A un tratto la loro auto si ferma in via Palvotrisia, proprio davanti all’abitazione in cui fu massacrata, probabilmente con un’accetta, la pensionata. «Qui è morta la gaggina...», dice Lafleur indicando l’immobile. Dopo sette anni, è la prima volta che gli investigatori hanno in mano indizi concreti. La soluzione del giallo è sempre rimasta lontana, ma ora si parte da conversazioni inequivocabili. «Parlano dell’omicidio di una donna - osserva una qualificata fonte investigativa - Se non è il caso di Marisa Morchi, deve saltare fuori di quale omicidio si tratta». All’epoca i carabinieri portarono avanti un’indagine meticolosissima: furono isolate alcune tracce di Dna presenti nell’abitazione e furono messe sotto controllo le utenze telefoniche di tutto il vicinato. Inoltre, furono valutate le posizioni di alcuni ospiti di una clinica psichiatrica situata poco lontano dal luogo delitto per escludere che quel raptus fosse opera di un folle. L’inchiesta portò i carabinieri anche in Francia dove furono compiuti accertamenti sulla figura di Serge ArthaudFerrant, cittadino con numerosi precedenti: fu sequestrata un’accetta per compararla con le ferite riportate dalla pensionata di Castelnuovo Magra. Sì, perché gli investigatori non hanno mai trovato l’arma del delitto. —
Tiziano Ivani
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
