Il Tirreno

i ristoratori di carrara  

«Siamo un paese irresponsabile che non sa prevenire, né curare»

Luca Barbieri
«Siamo un paese irresponsabile che non sa prevenire, né curare»

I titolari chiedono tempo per ricalibrare la loro attività ma nutrono scarsa fiducia negli aiuti 

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«Ci adeguiamo, ma non lasciateci soli». Così, in estrema sintesi, chi, nelle scorse ore, ha dovuto ricalibrare – di nuovo – la quotidianità lavorativa. Ascoltiamo le loro riflessioni nel “day-after” all'annuncio del nuovo dpcm che per un mese fissa la chiusura anticipata alle 18 per bar, locali e ristoranti, tra gli altri. Sono pronti a chiudere prima, a ridisegnare gli schemi; d'altronde nel corso dell'anno, fanno notare, mica è la prima volta. Però chiedono risposte, veloci. Responsabili, ma preoccupati per loro e per i dipendenti. Nella geografia dei locali carraresi partiamo dalla scelta dell'Animosi Caffé di non riaprire provvisoriamente, con la promessa di «vedersi più avanti, nemmeno fra tanti giorni, perché l’Animosi Caffè è e sarà sempre l’Animosi Caffè non quello che vuole che diventi questa crisi», annunciano. Un concetto che ci spiega Silvia Helene Alessandroni: «Gli errori di tutti hanno portato a questo. Adesso ci vuole calma e rispetto per la salute delle persone. Però non ci snatureremo, siamo un locale che parte dalle 18; speriamo che i tempi non siano lunghi perché abbiamo tanti progetti. A chi ci parla di riorganizzazione diciamo “no”; non ci si può improvvisare dal giorno alla notte, un progetto serio richiede tempo». Restiamo in centro, dove chi resta aperto si organizza tra asporto e pranzi. «Siamo un paese irresponsabile che non sa né prevenire né curare: il nuovo dpcm è una condanna a morte per i pubblici esercizi, ai quali con la chiusura alle 18 viene imposta la mazzata finale. Deve averlo chiaro il Governo, ma anche le amministrazioni locali che hanno il potere e il dovere, oggi più che mai, di intervenire con tutti i mezzi a loro disposizione per aiutare le imprese. La nostra associazione lo ripete da tempo: la morte commerciale di una città è anche la sua morte occupazionale e sociale. Le categorie penalizzate non sono le cause primarie dei contagi: le attività di somministrazione hanno saputo adeguarsi da subito alle normative», ribadisce Nadia Cavazzini, (Confcommercio e del ristorante Rebacco). «Visti gli incassi degli ultimi giorni, come pub, sono d'accordo alla chiusura: farci chiudere a mezzanotte ci ha distrutto. Ora faremo l'asporto, ma ci garantiscano degli aiuti, a noi, ai dipendenti. Altrimenti pagheremo soltanto noi il menefreghismo e l'irresponsabilità», fa notare anche Eliana Urru (Grizzly 2.0 di piazza Alberica). Dal centro al litorale, il messaggio è univoco: si lavora senza strillare, ma la paura c'è. «Non è facile, è un periodo che sembra non finire mai e di certo l’estate non ci ha permesso di coprire tutto quello che avevamo perso già a marzo. La chiusura a mezzanotte, parlando del mio locale, ha tolto parecchio; adesso significa lavorare con un terzo delle possibilità e con costi fissi. Si cerca perciò di lavorare al meglio nelle ore “rimaste”: fare il meglio con ciò che resta», il commento di Chiara Salutini (Samba). La chiosa è affidata a Giacomo Timbro (Bon Pro, Bonproncino e Porfirio): «La paura è tanta. Ci riorganizzeremo, ma mi domando: se lavorare non è più un diritto allora pagare le tasse non è più un dovere?»—

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