«Siamo un paese irresponsabile che non sa prevenire, né curare»
I titolari chiedono tempo per ricalibrare la loro attività ma nutrono scarsa fiducia negli aiuti
«Ci adeguiamo, ma non lasciateci soli». Così, in estrema sintesi, chi, nelle scorse ore, ha dovuto ricalibrare – di nuovo – la quotidianità lavorativa. Ascoltiamo le loro riflessioni nel “day-after” all'annuncio del nuovo dpcm che per un mese fissa la chiusura anticipata alle 18 per bar, locali e ristoranti, tra gli altri. Sono pronti a chiudere prima, a ridisegnare gli schemi; d'altronde nel corso dell'anno, fanno notare, mica è la prima volta. Però chiedono risposte, veloci. Responsabili, ma preoccupati per loro e per i dipendenti. Nella geografia dei locali carraresi partiamo dalla scelta dell'Animosi Caffé di non riaprire provvisoriamente, con la promessa di «vedersi più avanti, nemmeno fra tanti giorni, perché l’Animosi Caffè è e sarà sempre l’Animosi Caffè non quello che vuole che diventi questa crisi», annunciano. Un concetto che ci spiega Silvia Helene Alessandroni: «Gli errori di tutti hanno portato a questo. Adesso ci vuole calma e rispetto per la salute delle persone. Però non ci snatureremo, siamo un locale che parte dalle 18; speriamo che i tempi non siano lunghi perché abbiamo tanti progetti. A chi ci parla di riorganizzazione diciamo “no”; non ci si può improvvisare dal giorno alla notte, un progetto serio richiede tempo». Restiamo in centro, dove chi resta aperto si organizza tra asporto e pranzi. «Siamo un paese irresponsabile che non sa né prevenire né curare: il nuovo dpcm è una condanna a morte per i pubblici esercizi, ai quali con la chiusura alle 18 viene imposta la mazzata finale. Deve averlo chiaro il Governo, ma anche le amministrazioni locali che hanno il potere e il dovere, oggi più che mai, di intervenire con tutti i mezzi a loro disposizione per aiutare le imprese. La nostra associazione lo ripete da tempo: la morte commerciale di una città è anche la sua morte occupazionale e sociale. Le categorie penalizzate non sono le cause primarie dei contagi: le attività di somministrazione hanno saputo adeguarsi da subito alle normative», ribadisce Nadia Cavazzini, (Confcommercio e del ristorante Rebacco). «Visti gli incassi degli ultimi giorni, come pub, sono d'accordo alla chiusura: farci chiudere a mezzanotte ci ha distrutto. Ora faremo l'asporto, ma ci garantiscano degli aiuti, a noi, ai dipendenti. Altrimenti pagheremo soltanto noi il menefreghismo e l'irresponsabilità», fa notare anche Eliana Urru (Grizzly 2.0 di piazza Alberica). Dal centro al litorale, il messaggio è univoco: si lavora senza strillare, ma la paura c'è. «Non è facile, è un periodo che sembra non finire mai e di certo l’estate non ci ha permesso di coprire tutto quello che avevamo perso già a marzo. La chiusura a mezzanotte, parlando del mio locale, ha tolto parecchio; adesso significa lavorare con un terzo delle possibilità e con costi fissi. Si cerca perciò di lavorare al meglio nelle ore “rimaste”: fare il meglio con ciò che resta», il commento di Chiara Salutini (Samba). La chiosa è affidata a Giacomo Timbro (Bon Pro, Bonproncino e Porfirio): «La paura è tanta. Ci riorganizzeremo, ma mi domando: se lavorare non è più un diritto allora pagare le tasse non è più un dovere?»—
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