Il presidio
L’addio di Torino a Malak e Jannat «Erano bambine fantastiche»
Lacrime e canti ai funerali delle piccole, l’abbraccio tra la sindaca Chiara Appendino e il padre
Torino
Le donne cantavano una preghiera in coro: «Non c’è nessuno sopra Allah!». Giù, in piazza Eugenio Montale «scrittore», c’erano due carri funebri argentanti con a bordo due piccole bare bianche. A quella più grande, con la salma di Malak Lassiri, 14 anni, si è avvicinata la sua compagno di banco di terza media, si chiama Denise. «Tu non sai quanto era brava», diceva piangendo. «Quando mi addormentavo in classe, lei mi copriva con la giacca per non farmi scoprire dalla professoressa e poi mi faceva i grattini sul collo». Accanto alla bara più piccola, quella di Jannat, che invece aveva 3 anni, c’era un pacchetto di caramelle gommose alla fragola e un foglio con sopra scritto: «Che l’alba di ogni giorno vi porti un bacio di mamma e papà». È la lettera di condoglianze firmata dai medici e dagli infermieri del pronto soccorso dell’ospedale Apuane di Marina di Massa, che non hanno potuto fare nulla per salvare la vita a queste due sorelle.
Erano in tenda con la famiglia sabato notte. Avevano deciso di fare una breve vacanza in Italia perché il viaggio abituale in Marocco, fino alla città di origine di Kenitra, vicino a Rabat, non sembrava opportuno nell’anno della pandemia. È scoppiato un temporale, tirava vento forte. Le due sorelle sono rimaste schiacciate sotto un pioppo crollato nel campeggio Verde Mare. E ieri sono tornate a Torino dove abitavano, nel quartiere delle Vallette. Hanno lasciato un vuoto tangibile. A scuola, nei giochi, negli abbracci, nei video di TikTok, su questo panchine, nel futuro della città. «Le abbiamo cresciute al nido di via delle Primule», ha detto l’educatrice Mariapia Savaia. «Erano fantastiche, sono nei nostri cuori. È una cosa che non si può accettare».
Il corteo funebre era partito a metà mattina da Marina di Massa. Ma prima della sepoltura, il padre Hicham Lassiri ha voluto fare una sosta in piazza per incontrare gli amici del quartiere. Così tutti toccavano le bare per una carezza e le baciavano e il padre se ne stava un po’ in disparte, appoggiato alla portiera della sua auto. Guardava da lontano, ma confortava quelli che lo andavano a cercare. «Io non ce l’ho con nessuno», ha detto Hicham Lassiri. «Per il momento non voglio nemmeno parlare di giustizia. Allah ha creato Malak e Jannat, Allah le ha chiamate a sé. Adesso sono in paradiso, io credo così. Voglio ringraziare i medici, il maresciallo, le maestre che sono state come delle seconde madri, voglio ringraziare tutti i cittadini che ci sono stati accanto, il sindaco di Massa e quello di Torino». Anche la sorella più grande della famiglia Lassiri, Nissrim, che è sopravvissuta allo schianto, andava incontro a tutti gli amici e quasi li sorreggeva lei, uno ad uno. «Grazie, grazie», ripeteva fra i singhiozzi.
Alle due di pomeriggio il corteo è ripartito per l’ultimo viaggio. Davanti all’ingresso del Cimitero Parco aspettavano i compagni della scuola di Judo di Malak, le tute con lo stemma della società «Jigoro Kano». Due madri di un gruppo di sostegno, Giusi e Laura, avevano portato dei palloncini bianchi. Sotto una grande tettoia sono stati aperti i portelloni dei carri funebri. La signora Fatima Lassiri era circondata da donne che cantavano preghiere per lei, perché lei stava troppo male e si disperava e si accasciava. La madre voleva accompagnare le figlie fino all’ultimo metro. Ma non gliel’hanno lasciato fare. Ci sono state urla, discussioni animate. Le donne volevano avvicinarsi, erano tutte solidali con la mamma di Malak e Jannat Lassiri. «Ma nella nostra religione sono gli uomini che accompagnano i morti», ha detto l’amica di famiglia Nassima El Rhabi. «Le donne possono avvicinarsi solo se non hanno il ciclo mestruale e sono coperte con il velo». Così si è creata questa distanza. La madre, indietro, all’ingresso. Le donne più avanti ma da una parte, mentre gli uomini in file parallele pregavano con l’imam al campo islamico numero 9. In quel momento è arrivata la sindaca di Torino Chiara Appendino, il padre delle sorelle Lassiri le è andato incontro. Si sono abbracciati mentre una ruspa preparava le sepolture. «Non devi ringraziare», diceva la sindaca Appendino. «Hai una comunità che ti sta vicino. Ci siamo e ci saremo».
Ma poi, a poco a poco, come sempre, la gente si è defilata sotto il sole e sono rimasti a pregare dei ragazzini, degli amici di scuola, una famiglia e dei parenti, una sorella rimasta sola e una madre stravolta dal dolore. Le lapidi sono state appoggiate sulla terra, portavano il nome di Malak e Jannat, morte per il maltempo e forse per l’incuria in una domenica italiana. —
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