Il Tirreno

nando sanguinetti (anpi) 

«Ricordiamo i giovani partigiani: il fascismo non è morto»

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Carrara

Ferdinando Sanguinetti, dell’Anpi, così scrive in occasione della commemorazione dei giovanissimi partigiani di Sorgnano Renzo Venturini e Giorgio Dazzi. «Non c’è bisogno - osserva - che dica dell’importanza della memoria dei fatti delle resistenza e di quanti per opporsi al nazifascismo hanno perso la vita. Penso che le numerose cerimonie di ricordo che si svolgono durante l’anno per diffondere la conoscenza della storia delle Resistenza in questo territorio siano fondamentali per trasmettere l’esempio e i valori di tanti giovani e giovanissimi che scelsero, nel ‘44, di schierarsi contro il nazismo e che dettero la vita per questa scelta».

E aggiunge: «Renzo Venturini e Giorgio Dazzi erano giovanissimi quando fecero la scelta della resistenza e divennero partigiani. Non era una scelta facile, perché il fascismo aveva lavato il cervello ai giovani per venti anni, inculcandogli l’idea che avevano il dovere di ubbidire sempre ai loro superiori e allo stato. In quel momento, lo stato era la repubblica fantoccio di Salò, e il ministro della guerra, il boia Graziani, aveva firmato un bando che ordinava ai giovani di arruolarsi nell’esercito fascista, pena la fucilazione. Ma la maggioranza dei giovani rifiutò di arruolarsi.Una parte di loro decise di nascondersi e imboscarsi,in attesa dell’arrivo degli alleati. I più consapevoli e responsabili invece decisero di salire ai monti a combattere con i partigiani. Certo, per fare la scelta di salire ai monti occorreva una coscienza politica ma non tutti potevano averla, perché il fascismo non aveva educato i giovani a occuparsi di politica, ma solo ad ubbidire, senza discutere, ai propri superiori gerarchici».

«I giovani che venivano da famiglie operaie e di cavatori, come Venturini e Dazzi, avevano iil vantaggio di appartenere a famiglie che, prima del fascismo, erano anarchiche, socialiste, repubblicane o comuniste e anche se non avevano potuto più fare politica durante il ventennio, erano rimaste fedeli alle loro idee e un po’ di formazione politica l’avevano trasmessa ai figli. Tutti e due appartenevano alla Formazione Ulivie tutti e due vennero uccisi combattendo Venturini perse la vita combattendo contro le SS a Bardine di San Terenzo e Dazzi, pochi mesi dopo, mentre andava in avanscoperta tra Forno e le Casette venne falciato da una raffica di mitragliatrice».

«Voglio solo augurarmi che il loro sacrificio sia di esempio per giovani di questo Paese. Perché il fascismo, nonostante tanti che dicono che è morto il 25 aprile del 45 non è mai morto e continua ad agire sempre più apertamente e spudoratamente, perché nonostante la Costituzione e le leggi che lo proibiscano, gode ancora di troppe protezioni, connivenza , complicità e coperture a livello istituzionale, che gli garantiscono, come nel ventennio, l’impunità».

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