Il Tirreno

il cluster nella casa di accoglienza  

Chiude la ditta di marmi in cui lavora un contagiato

Alessandra poggi
Chiude la ditta di marmi in cui lavora un contagiato

Tutti i dipendenti (solo due positivi) sono stati messi in quarantena per sicurezza Un lavoratore: comunicazioni in ritardo sulle condizioni del nostro collega nigeriano

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carrara

Chiusa per quarantena un'intera ditta di marmi. Quella in cui lavora uno dei giovani di nazionalità nigeriana residenti a Casa Betania, che è risultato positivo assieme ad altre 21 persone, tutte da anni residenti nel nostro comune. Il titolare dell’azienda di lavorazione del lapideo (che si trova nella zona dello Stadio) ha adottato in modo rigoroso le misure anti-contagio, lasciando a casa, in quarantena, tutti i suoi dipendenti, scongiurando così il pericolo di accensione di un nuovo focolaio. Sono due i dipendenti risultati positivi: e il ragazzo nigeriano e un italiano, tutti gli altri anche se negativi sono stati messi in quarantena. Si tratta del titolare, di quattro dipendenti e di un collaboratore esterno. L'azienda dovrebbe riaprire il 22.

Tra i dipendenti risultati negativi c'è anche Maurizio Luciani, che lamenta mancanza di comunicazione e ritardi nell'attuazione del protocollo anti contagi: «Fortunatamente sono risultato negativo - racconta Maurizio - ma devo stare in quarantena e sottopormi a nuovo tampone. Quello che contesto agli enti preposti ai controlli sanitari è la mancata comunicazione e il ritardo nell'attuazione delle norme di contenimento sanitario. Infatti - prosegue - dal momento in cui si viene a conoscenza di un contatto con un positivo al virus Covid dovrebbe iniziare un periodo di quarantena, preventivo rispetto all'effettuazione del tampone. Seguendo la cronistoria degli avvenimenti qualcosa non torna. Nell'istante in cui la donna in stato interessante è risultata positiva, si sarebbero dovuti mettere in quarantena tutti gli ospiti della struttura e avvisare il datore di lavoro del nigeriano. Questo non mi pare che sia avvenuto». L’operaio racconta ancora: « Dopo le 21 di sabato mi sono imbattuto in un articolo del Tirreno on line e ho scoperto che i nuovi casi erano in una struttura di accoglienza e che era interessata una donna incinta. Mi sono subito preoccupato perchè il mio amico e compagno di lavoro risiede in una struttura simile e mi aveva parlato di una ragazza che stava per partorire». Un’intuizione rivelatasi fondata. «A quel punto – dice ancora Luciani – il mio datore di lavoro ritrova un vecchio contatto del centro di accoglienza e scopre la verità. Le comunicazioni della Asl sono arrivate solo domenica mattina. La mia sensazione è che se uno degli ospiti non fosse stato dipendente di una azienda italiana, e non fosse stato quindi a stretto contatto con italiani, si sarebbe cercato di chiudere la questione».

E sul caso, il dipendente ha da rimproverare qualcosa anche al sindaco Francesco De Pasquale: «E di certo le dichiarazioni e volute omissioni del sindaco sul timore che la situazione venisse strumentalizzata in vista della campagna elettorale, non aiutano a credere nella buona fede di chi ci amministra. Resto convinto che una maggior trasparenza non avrebbe impedito il contagio, ma avrebbe evitato di far correre rischi ai nostri parenti anziani, di isolarci immediatamente, e avrebbe aiutato l'azienda ad incassare meglio il colpo». —

Alessandra poggi

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