Il Tirreno

l’inchiesta della procura di firenze 

I forzati dei volantini sfruttati dai caporali

matteo leoni
I forzati dei volantini sfruttati dai caporali

Reclutavano richiedenti asilo e li facevano lavorare a 2 euro l’ora In carcere i due capi pakistani. Una società ha la sede in provincia

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Lavoratori costretti a consegnare volantini in strada per 12, 13 ore al giorno, anche col freddo e sotto la pioggia, controllati con sistemi gps e senza la possibilità neppure di fare la pausa pranzo. Tutto per 30 euro al giorno, una media di 2,7 euro all'ora, rigorosamente al nero. Sono le vittime, circa 80 quelle accertate, del caso di caporalato scoperto dai carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Firenze, coordinati dal pm Antonino Nastasi. Il sistema era gestito da due imprenditori pachistani residenti a Prato, Riasat Ali, 34 anni, e Rouf Ahmad, di 38. Le loro società, di cui una con sede legale in provincia di Massa-Carrara (la Door to Door srl) attive nella consegna di volantini pubblicitari, operavano scegliendo i lavoratori tra i più bisognosi, per lo più individuandoli nei centri per migranti attraverso una capillare rete di reclutatori, anche loro domiciliati nelle strutture.

Riasat e Amad sono finiti in carcere, insieme ai presunti reclutatori: Oumar Magassa, 29 anni, residente nello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) di Scandicci; Moussa Kanoute, residente nel Cas di Campi Bisenzio; Mongi Askri, 55 anni, domiciliato in una struttura della Caritas a Sesto Fiorentino; Shabbir Ahmed, 41 anni, di Campi Bisenzio. Ai domiciliari l'unica italiana indagata, Riccarda Rosa Cochino, 62 anni, residente a Pistoia, dipendente di una società di pubblicità che aveva commissionato alle ditte dei pachistani la distribuzione dei volantini per conto di grandi catene commerciali, queste ultime risultate del tutto estranee alla vicenda. Finiti all'obbligo di dimora quattro capi squadra, incaricati di sorvegliare il lavoro di chi consegnava i volantini.

Le accuse contestate, a vario titolo, sono quelle di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Nella maggior parte dei casi gli operai prestavano i loro servizio al nero, senza alcuna formazione e senza il rispetto delle norme di sicurezza. Raramente avevano contratti part-time, per un numero di ore molto inferiore a quelle effettivamente lavorate. I turni, che partivano alle 6 del mattino, erano previsti sette giorni su sette, sabato e domenica inclusi. I reclutati erano i più bisognosi e disperati, quelli pronti a tutto pur di mangiare. Essere disposti a lavorare anche per 12 ore al giorno in cambio di un semplice panino era un titolo di preferenza. «Scelgo lui - afferma in una delle intercettazioni uno de pachistani - in cambio di un panino riesco a fare il lavoro, per ciò che mi serve». Gli sfruttatori non si piegavano neppure di fronte alle preghiere dei loro operai, che li supplicavano di pagarli per poter sfamare i loro figli: «Capo per favore ora devo pagare anche le spese di casa qui, e devo mandare i soldi in Pakistan per i miei figli. Ti chiedo per favore dammi 500 euro, il resto te lo lavoro dopo». Per evitare che sgarrassero, dopo essere accompagnati sul posto coi furgoni i caporali infilavano loro nelle tasche dei trackers, dispositivi gps per tracciare i movimenti. E poi li chiamavano continuamente, per sapere a che punto erano e se avevano finito il lavoro. Le indagini, partite nel 2018 e terminate nel giugno del 2019, sono state condotte attraverso pedinamenti, appostamenti - anche con telecamere a infrarossi per riprendere in notturna il caricamento dei volantini sui furgoni -, e intercettazioni telefoniche. —

matteo leoni

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