Il Tirreno

«Il crollo ci ha lasciati attoniti, è un fatto di per sé inaccettabile»

Parole dure dell’Ordine degli ingegneri di Massa-Carrara: “Dobbiamo rivedere le nostre priorità, basta capolavori che si adagiano stremati” 

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la lettera

«Il crollo del ponte di Caprigliola ci ha lasciato attoniti». Inizia così un’accorata quanto dura lettera dell’Ordine degli ingegneri di Massa-Carrara. «Le misure contro il Covid-19, che hanno ridotto fin quasi ad annullare le possibilità di spostamento, hanno fortuitamente evitato che si dovesse parlare di questo evento in termini di perdite umane. Chi appartiene a questi territori associa quella porzione di asse viario a file interminabili di auto e di mezzi incolonnati. Invece, in questa contingenza, le due sole persone coinvolte, per fortuna, sono uscite pressoché illese».

Continuano: «Questo ci consente di affrontare quanto accaduto con una maggiore lucidità. Il crollo di un ponte è di per sé inaccettabile. Questo ponte non era una costruzione qualunque, era una struttura importante sotto l’aspetto infrastrutturale e, all’atto della concezione e realizzazione nel 1906 da parte dell’ingegner Muggia, anche tecnologicamente all’avanguardia. l’opera poi è stata oggetto di una completa ricostruzione e revisione non pedissequa nel 1949 da parte degli ingegneri Ceradini e Giannelli. L’ing. Muggia era un pioniere dell’utilizzo del calcestruzzo armato e progettò un’opera ingegneristica che era tecnica e arte insieme. Per capire lo spessore dell’uomo è necessario studiarne la complessa biografia, ma è probabilmente sufficiente ricordare che fu maestro di Pier Luigi Nervi. All’epoca Muggia era considerato uno dei maggiori tecnici italiani, forse l’unico in grado di padroneggiare i nuovi sistemi costruttivi. Il crollo del ponte di Caprigliola sul Magra è una perdita inestimabile di una memoria storica, è una lesione della biografia di una comunità. Ma un ponte non è un’opera d’arte da dimensione “contemplativa”, esplica una funzione pratica tangibile, risponde ad una esigenza di connessione, di legami tra luoghi e comunità. Anche questo è venuto meno».

«Quello che dobbiamo chiederci è se il nostro paese possa ancora tollerare l’accumularsi di perdite di valori sociali, culturali, funzionali, economici - va avanti la lettera - se i ponti e il nostro patrimonio collassano con singolare frequenza ad ogni latitudine, non crediamo più che si possa parlare di colpe dei singoli. Esisteranno responsabilità individuali, ma esistono certamente le colpe collettive. C’è un grave problema sistemico ed è la società che deve farsi carico di correggere gli errori. Il tema della manutenzione delle opere è relegato a righe di poco peso nei bilanci degli enti. Se non sarà cambiato approccio, ci aspetteranno situazioni sempre più critiche nei prossimi anni». Concludono: «Non possiamo più fingere di credere che le strutture che ci circondano siano eterne, è necessario che manutenzione e programmazione assurgano a ruolo essenziale nella gestione delle opere, questo tempo sospeso dovrebbe spingerci a rivedere le nostre priorità. Solo così potremo evitare che si possa vedere ancora un capolavoro dell’ingegneria italiana che si adagia stremato, come un drappo senza nerbo». —

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di Redazione web