Italia
Coronavirus, l’ultimo saluto senza il rito: «Chi non vede non capisce»
Giovanni Salvatori, delle onoranze funebri, racconta il trauma delle famiglie: «Dico loro che il ricordo è nel cuore e un giorno potrà esserci la cerimonia funebre»
MASSA. Non è solo questione di fede, ma di riti perché è nella ritualità dell’addio che proviamo a vincere il dolore, nella condivisione che tentiamo di metabolizzare il lutto.
Oggi i riti non ci sono: non c’è l’addio, non le visite al defunto, non c’è la vestizione, non ci sono abbracci e preghiere condivise. Non le lacrime asciugate da chi ti sta vicino. Non il funerale. È una solitudine estrema. Di chi se ne va e di chi resta.
Giovanni Salvatori è titolare delle omonime onoranze funebri e il dolore dell’addio lo vive e conosce da anni: «Il lutto è sempre una esperienza personale – racconta – Chi, come noi, entra nelle case delle famiglie non deve mai dimenticarlo. Deve ricordare che chi se ne va, lascia una storia, ricordi, identità personale. Il funerale e tutti i riti che lo precedono permettono ai parenti di vivere insime il dolore. Per questo adesso è tutto diverso». Diverso perché manca “la sacralità” dell’addio: «Chi perde un familiare per Covid-19 non lo saluta, non può rivederlo. E l’addio può darlo solo all’obitorio, a feretro chiuso. Non incontrare più gli occhi chi ami, fa molto male. Ma, in questo periodo così difficile, anche chi se ne va per un’altra patologia, non ha un funerale. Certo, i famigliari danno l’ultimo saluto, ma la condivisione del dolore in una cerimonia non c’è».
Lo strazio della solitudine: «In questi giorni, di fronte agli addii senza un funerale, senza il saluto degli amici, ho pensato a lungo alla solitudine dell’essere umano. Il materialismo del quotidiano scompare, se ne va. E mi stupisce che qualcuno ancora non realizzi, parli e si comporti come nulla fosse. Mi capita di sentire qualcuno paragonare il Covid ad una brutta influenza. Chi ha la fortuna di non vedere quello che vediamo, noi non può capire. Non può realizzare il trauma della famiglie».
Sì, il trauma, la ferita che lascerà segni: «È difficile in questi periodi dare sostegno a chi soffre, a chi ha perso una persona amata. Cerco spesso le parole giuste e scelgo quelle di Sant’Agostino quando ricorda che nessuno muore sulla terra finché rimane nel cuore di chi resta. Quelle parole le ho usate anche per l’addio a mia madre. Se n’è andata 15 anni fa ma non passa giorno che io non pensi a lei».
Il ricordo senza rito: «Non c’è il funerale, c’è un addio, una breve preghiera, il viaggio dall’obitorio al cimitero. Qualche parente, mogli, figli, nuore. È raro vedere 10 persone. Stanno distanti, non c’è alcuna forma di affettuosità, non ci sono abbracci, non ci si stringe, non ci piange insieme. Anche i fiori non ci sono quasi mai. Neppure i manifesti funebri».
Nei giorni scorsi Don Luca Franceschini ha consegnato a Giovanni un piccolo dispensario: «Sono preghiere dell’addio, liturgie per salutare il defunto. Le leggiamo in obitorio, al cimitero (il sacerdote può comunque essere presente in entrambi i momenti)». Dare dignità alla morte. Ritrovare il senso del rito per convivere con il dolore: «Spiego alle famiglie – confida Giovanni – che non è possibile fare il funerale, ma le invito a pensare che ad emergenza finita, potranno organizzare, se non un funerale, una messa durante la quale si possa ritrovare la comunità, gli amici e i parenti. In cui, pur nell’assenza della salma, si ricordi il defunto. In quell’occasione potranno fare i manifesti per far sapere del momento di incontro e saluto. Molti sono sollevati di fronte a questa possibilità». Il bisogno del rito. Dell’addio e del dolore condiviso. –
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