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All'ospedale delle Apuane l’Ipad in corsia per salutare figli e nipoti
Parte il progetto per far chiamare a casa i pazienti. E i famigliari lasciano disegni e foto ricordo al check in del Noa
MASSA. Le immagini sono potenti. Così potenti che un’immagine bella fa bene. E non solo all’animo, ma pure al sistema immunitario: lo rende più forte, più reattivo. E se sei in ospedale, solo da giorni, se da giorni combatti con un nemico subdolo e sconosciuto, non c’è una immagine più bella del viso di tuo figlio. Di quello di tua moglie, del tuo compagno. Dei nipotini che inondano la casa di sana confusione. Quelle immagini hanno potere curativo. Vedere chi si ama. E al Noa lo può fare anche chi un telefono non ce l’ha. Sette Ipad, un lavoro enorme da parte dello staff della psicologia ospedaliera e la possibilità per tutti i pazienti- tutti - di chiamare casa. Di vedere le persone care. Dopo giorni e giorni in cui gli unici occhi che ti guardano sono quelli, nascosti dietro maschere e occhiali, dei sanitari che si prendono cura di te.
Sicura che vedere i volti di chi si ama contribuisca alla cura è la dottoressa Michela Zanetti, responsabile della psicologia ospedaliera. È lei che ha voluto e coordinato il progetto. Sette Ipad, dallo schermo bello grande perché anche chi non ha più la vista aguzza, possa apprezzare lineamenti ed espressioni. A donarne due, di quegli Ipad, è stato il Comune di Massa, gli altri 5 sono un regalo dell’associazione albergatori. La squadra informatica del Noa ha fatto l’impossibile e garantito una potente connessione wi-fi. Un bell’aiuto lo ha dato anche Alessandro Mauri, professione informatico. Ha lavorato sui 7 dispositivi e li ha preparati ad operare al meglio. Un Ipad per ciascun area Covid e 15 minuti per ciascun paziente. Per ritrovare la luce di casa, per sentire le voci del quotidiano, per ammirare i disegni dei nipotini.
Sì perché se c’è chi il telefono all’ospedale se l’è portato, ci sono anche tanti pazienti che non ce l’hanno. Chi non ha il caricatore, chi è salito in ambulanza senza telefonino perché quando respiri male, il cellulare non è la tua priorità. Poi ci sono pazienti che appartengono alla generazione di chi un telefono che si trasporta lo guarda ancora come un oggetto strano. Qualcuno ci prova a fare chiamate, ma che attraverso il telefono si possano vedere visi, beh neppure lo immagina:«Abbiamo contattato 137 famiglie - spiega la dottoressa Zanetti - le famiglie dei pazienti, il nostro staff li ha guidati e aiutati a scaricare Skype. Operatori sanitari e infermieri creano, per così dire, il contatto e dopo giorni e giorni, molti anziani rivedranno casa. Vedere chi sia ama è fondamentale, lo conferma anche la letteratura in materia. In questi giorni proveremo con i primi collegamenti. Sarà un’emozione». L’emozione del pianto. Parlare, mostrarsi, rassicurare. Dire: “fatico, ma sono qui e tornerò”. Il bisogno umano di contatto che il Noa “coltiva”. Lo ha fatto anche istituendo un check in, all’ingresso dell’ospedale, in cui le famiglie lasciano oggetti per i pazienti: ricordi, pezzi di vita.
«Molti - spiega Giuliano Biselli, direttore dell’ospedale - portano fotografie. Momenti di vita felice. Le lasciano in una busta all’ingresso con il nome del paziente. Noi li puliamo e li consegnamo. Si tratta in gran parte di fotografie, ma anche di disegni. Molti nipotini li fanno avere ai nonni». Momenti di vita familiare, scorci di un quotidiano che adesso appare straordinario. Un contatto. Che da oggi la tecnologia rende meno vituale. E più vero. Grazie a 7 Ipad e al lavoro di uno staff coraggioso
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