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Coronavirus, il direttore del Noa: «Il caso apuano c’è, ecco come lo stiamo affrontando»
Il direttore del Noa Biselli: «In poco tempo 26 posti di intensiva». E poi l’orgoglio per la sua squadra: «Gente meravigliosa»
MASSA. In questi giorni ci si sente un po’ inutili a sapere solo picchiettare sui tasti di fronte a uno schermo. Ancora peggio a essersi lamentati di un ciclo di sonno disturbato da 4-5 ore a notte, quando il direttore del Noa, il dottor Giuliano Biselli, spiega che lui e la sua squadra “non dormono quasi da 20 giorni”. Incastra l’intervista tra le mitragliate di impegni e problemi; «dica, ma tanto non è lunga vero? Oggi c’è confusione, è impossibile». E poi finisce per parlare ben di più, dovendo alla fine acciuffare la voce che si rompe dalla commozione quando parla dell’orgoglio che prova per «tutti quelli che stanno combattendo con una voglia di resistere che è indescrivibile per chi non è qui. Ma è meravigliosa. Alla fine di tutto saremo diversi. E noi, qui, stiamo già cambiando».
Dottore, partiamo da una questione: esiste un caso apuano? Perché quasi un terzo dei morti toscani è in questa provincia?
«È chiaro che noi siamo partiti prima degli altri, c’è stato questo focolaio epidemico in Lunigiana, se vogliamo chiamarlo così. Probabilmente dovuto agli interscambi lavorativi con la provincia di Parma o i soggiorni di milanesi nelle seconde case. La causa, obiettivamente, è solo ipotetica. Abbiamo chiuso parzialmente Pontremoli e Fivizzano per le regole d’ingaggio iniziali. Abbiamo cominciato a capire che ci trovavamo di fronte a casi interni all’ospedale e tutto faceva pensare che non erano casi d’importazione».
Il Noa è in grado di affrontare l’emergenza?
«Il Noa la sta affrontando molto bene. La squadra sta facendo cose notevoli in poco tempo, abbiamo messo in campo percorsi eccezionali. In tempi rapidi siamo passati da 14 posti intensivi a 40. E questo è dovuto anche alla grande flessibilità della struttura».
La nuova organizzazione è andata a discapito di altri reparti?
«Il Noa si è trasformato. Ha dovuto. Noi abbiamo unificato terapia intensiva e sub-intensiva: così i letti sono passati da 16 a 30. È stato possibile spostando la cardiologia Utic (urgente, ndr) all’interno di un altro setting che avevamo predisposto in area medica, dunque polispecialistica, con letto perimetrato che consente la visione a distanza dei parametri vitali. Senza nulla togliere ai pazienti cardiologici siamo riusciti a spostarli».
E gli altri dieci letti?
«Li abbiamo predisposti utilizzando una parte del blocco operatorio, la recovery room. È stato trasformato in un’area intensiva con quattro letti per i pazienti non Covid. Ovviamente continuano ad arrivare patologie normali e i percorsi sono stati separati. L’ultimo setting a disposizione è stato ricavato dalle sale operatorie: altre sei postazioni per pazienti intubati. Cento posti letto di tutta l’area chirurgica sono stati localizzati al secondo piano per Covid».
E sono pronti all’uso?
«C’è il personale sia medico che infermieristico. Siamo pronti ad arrivare ai 40».
Chi non è Covid per ora passa in secondo piano?
«Come tutti abbiamo sospeso la programmazione di interventi. Vengono garantite urgenze, emergenze e pazienti oncologici. Abbiamo spostato su Pontremoli tutta l’attività di chirurgia elettiva e d’urgenza. Abbiamo stretto accordi con altre strutture come San Camillo e le Barbantine per pazienti ortopedici o della branca dell’otorino. Il materno infantile continua la sua vita con un suo percorso».
E l’area medica?
«Si è ristretta per essere pronti con altri 46 posti letto».
Quanti pazienti positivi avete ricoverati?
«Sono 122. E dieci ulteriori in attesa di tampone. In terapia intensiva abbiamo 28 persone, di cui 25 nel reparto Covid con ventilazione assistita.
Avete pazienti giovani, senza patologie precedenti?
«Dipende cosa s’intende per giovani. Abbiamo tanti pazienti di 50 o 60 anni. E anche under 40. Come in tutte le patologie infettive l’esistenza di pressione alta, obesità, malattie dismetaboliche sono aggravanti».
Quando saranno pronti i posti al Monoblocco e al vecchio ospedale?
«So che stanno lavorando a ritmi sostenuti. I tempi precisi non li so, ma a breve».
Sono utili le analisi del sangue volute dalla Regione?
«Molto. Solo così noi potremo fare degli studi attendibili sulle future evoluzioni. Sapere quanti ospedalieri lo hanno già avuto e sviluppato un livello di anticorpi adeguato sarà decisivo».
Cosa pensa il direttore la mattina quando entra in questo Noa sotto assedio?
«Che sono orgoglioso di tutta la squadra. Gente che in tempo di guerra ha dimostrato di non avere paura. La commozione di lavorare con persone meravigliose. Vedo una forza, in persone stanche che magari iniziano a tossire e non si misurano la febbre. È bello essere in guerra con chi non ha paura. Grazie, grazie a loro. Questi operatori del Noa mi fanno commuovere...».
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