Il Tirreno

Coronavirus, l'infermiera: «Sotto le tute l’amore per i pazienti spauriti»

Libero Red Dolce
Coronavirus, l'infermiera: «Sotto le tute l’amore per i pazienti spauriti»

Massa, parla un’infermiera del reparto pre–Covid 19: «C’è paura quando si torna a casa dai familiari, il virus può essere con te»

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MASSA. Cinque minuti dopo l’intervista telefonica il telefono squilla. È Gaia (nome di fantasia - come ci chiede - perché non cerca protagonismo), l’infermiera del Noa. «Mi scusi, mi scusi ma non le ho detto la cosa più importante: io voglio che lei faccia sapere ai parenti di chi è ricoverato che noi stiamo vicini ai loro cari. Che noi ci siamo e cerchiamo di stargli vicino per quanto possibile. A livello umano ce la mettiamo tutta, ma siamo dentro a queste tute che magari fanno impressione. La mascherina che attutisce le parole. Ma sotto c’è tutta la nostra umanità».

Ha visto riempirsi le corsi del suo reparto, che è passato da essere un pre-Covid 19 a un reparto di contagiati. Senza più posto, perché il virus è come blob: si espande e pretende nuovi spazi in continuazione. Ha visto questo, ha visto i primi ricoveri, le battaglie quotidiane per avere i dispositivi di sicurezza e i turni da 10 ore senza mai andare in bagno. Ma il suo primo pensiero va ai malati e ai loro parenti, pur considerando le difficoltà della situazione tra ingressi in rapido aumento, bardature e turni massacranti. «Loro devono sapere che anche se siamo stanchi non li ammasseremo senza considerazione in reparto».

Negli ultimi giorni la sua percezione è cambiata ancora. «In questo momento il virus sta avanzando in fretta e quindi stanno cercando di liberare posti letto, i reparti cambiano: ortopedia, il mio, ora viene dedicato per fare spazio ai contagiati». Finora il suo era un reparto dove arrivavano i casi sospetti, che facevano il tampone però finché non si aveva l’esito non si sapeva se fossero positivi o negativi. Una volta saputo venivano spostati: i positivi in un altro reparto, negativi magari venivano spostati in medicina. Ma tre giorni fa la situazione è cambiata, mentre si è aperto un altro reparto pre-Covid.

«È la day, questo reparto adesso ci sono quelli che hanno fatto il tampone e sono in attesa». Una prima trincea, dove la confusione e la paura è tanta. «Io capisco la paura, lì si cerca di fare al meglio. È stata una cosa molto veloce e ci ha preso in contropiede».

Quella velocità che ora bisogna avere anche nell’imparare le nuove procedure che il Covid-19 ha imposto. Come ad esempio la vestizione. «Prima di entrare in reparto bisogna mettere una tuta o un camice blu. La tuta copre tutto. Prima di ogni cosa si devono mettere i guanti, dopo la tuta, poi la mascherina e poi il cappuccio».

Il tempo da passare così bardati non è poco. «Io mi sono organizzata così: cerco di bere poco prima per non andare in bagno. Perché bisogna tirare via tutto e più manovre si fanno più c’è il rischio contagio. E poi, ecco, non mangio, non bevo». Per periodi che sono anche di 9, 10, 12 ore.

È una nuova routine che si è imposta. E che ha i suoi costi. «Sembra strano detto ora, ma tutti stiamo rimpiangendo la situazione di una settimana fa. E temo che tra una settimana potrò dire la stessa cosa di oggi. Non è facile a livello psicologico tornare in casa». In ospedale ci sono i rischi ma ci sono anche le procedure. Che un po’ alleviano e danno piccole sicurezze. Ma al ritorno?

«Per adesso stiamo reggendo. Molti colleghi con figli piccoli li hanno mandati dai nonni, dai parenti o cercano di non stare a contatto. La paura di un contatto è costante e sempre nella mente. E se non me ne accorgo subito? È una tortura. Adesso siamo tutti a lavoro, ma capisco se qualcuno mandasse un certificato e non ce la facesse a reggere». —


 

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